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Birra dell’anno 2014: ecco cosa significa essere stato uno tra i 40 giudici presenti

La foto di gruppo di Birra dell'Anno 2014
La foto di gruppo di Birra dell'Anno 2014
bda 2014
Giuria e staff al gran completo

Come ampiamente prevedibile, in questi giorni nell’ambiente non si fa altro che parlare del concorso Birra dell’anno di Unionbirrai. Ovviamente gran parte delle chiacchiere si concentrano sui risultati del contest, ma ci sono risvolti che difficilmente vengono affrontati. Uno di questi è ad esempio il modo in cui l’evento è vissuto dall’interno e più precisamente da chi ricopre il ruolo di giudice. Come avevo annunciato, ho avuto la fortuna e l’onore di partecipare proprio in questi termini, un splendida esperienza che ha fatto seguito al mio debutto del 2012 – e alla mancata adesione dello scorso anno, ma solo per motivi lavorativi. Oggi allora vi racconto com’è andata, anche per sfatare il mito di chi crede che fare il giudice birrario sia una delle fortune più grandi al mondo.

Partiamo proprio da questo assunto. Come scrissi già due anni fa vestire i panni dell’esaminatore in iniziative del genere non è proprio una passeggiata. Quest’anno poi le birre in concorso erano davvero tante (più di 600), con una ripartizione pro capite non indifferente: il primo giorno ho assaggiato 60 birre, il secondo una quarantina. Quantomeno ho avuto la fortuna di incrociare categorie non particolarmente “pesanti”, restando alla larga da affumicate, acide, affinate in legno, Barley Wine e via dicendo. Così rispetto al 2012 la mia esperienza è stata sì più agevole, ma non meno impegnativa in termini di concentrazione fisica e mentale.

Mi accorgo ora di non aver accennato al meccanismo di valutazione, che invece può essere importante anche per chi non ha voglia di leggere il regolamento. Gli assaggi si sono concentrati in due diverse giornate, con sessioni mattutine e pomeridiane: in pratica abbiamo passato le nostre giornate nelle sale di degustazione, naturalmente con delle pause per il pranzo. I 40 giudici sono stati divisi in 8 tavoli da 5 ciascuno, con un capitano per ogni tavolo. Facile capire le funzioni del capitano: fare da riferimento per gli altri giudici, sbrogliare casi di mancata concordanza, interfacciarsi con il presidente di giuria (non giudicante). Ogni tavolo ha dovuto giudicare alcune categorie, decretando immediatamente il podio finale per quelle meno numerose ed effettuando un “preliminare” per le altre. In quest’ultimo caso sono state votate le dieci migliori della categoria (numero comunque indicativo), lasciando a un altro tavolo la definizione del podio finale. Tutti gli assaggi sono stati compiuti alla cieca: per ogni categoria le birre sono state servite in modo “anonimo”, con un numero a distinguere un bicchiere dall’altro.

Nel mio tavolo mi sono ritrovato in compagnia di Alfonso Del Forno (Nonsologlutine Onlus), Simone Cantoni (Puro Malto), Michael Adamìk (giovane birraio del praghese U Fleku) e Derek Walsh (canadese ma residente in Olanda, giornalista, birraio e consulente), con quest’ultimo a fare da capitano. Sono stati “colleghi” eccezionali, con i quali abbiamo affrontato gli assaggi in maniera equilibrata e corretta, confrontandoci continuamente (quando ammesso) e ascoltandoci l’un l’altro, senza tuttavia rinunciare a far valere le proprie idee. In particolare per me è stato un piacere enorme avere come capitano Derek, capace di mettere in campo tutta la sua esperienza. Di lui è impossibile non apprezzare la grande professionalità e la capacità di recepire le indicazioni di tutto il tavolo, che talvolta può significare anche cambiare in parte le proprie idee riguardo a una birra – cosa non scontata, come immaginerete. Devo poi ammettere che il numero di cinque giudici per tavolo è stato davvero azzeccato, offrendo il giusto equilibrio tra una buon assortimento di valutazioni e il giusto spazio alle impressioni personali.

Per quanto riguarda le categorie da me affrontate, l’inizio non è stato certo facile, con la bellezza di 42 Italian Lager da valutare. Poi siamo passati alle Scotch Ale, dove mi aspettavo un livello medio più alto, ma è chiaro che stiamo parlando di uno stile non propriamente facile. Sono invece rimasto deluso dalla categoria delle APA, dove sono state pochissime le birre a meritare, vuoi per motivi prettamente organolettici, vuoi per una non sempre sufficiente adesione alle caratteristiche della tipologia. Una delle categorie di cui sono rimasto più soddisfatto è stata quelle delle Weizen, con le prime tre medagliate che mi sono piaciute davvero tantissimo – e si sono poi rivelati essere nomi di primissimo piano. Infine Black IPA e Imperial Stout hanno offerto birre altalenanti, con un livello qualitativo nella media.

Questo ciò che è accaduto durante le lunghe fasi di assaggi. Poi per fortuna ci sono stati anche momenti di relax, sempre comunque scanditi dalla birra. Da segnalare l’impegnativa ma bella cena al FOB, incentrata in gran parte su carne di maiale e cucina alla birra. Proprio lo stesso FOB e la Cantinetta sono stati poi i locali dove abbiamo passato i nostri dopo cena. Splendida la compagnia dei miei compagni di ventura, con la possibilità di rivedere amici da tutta Italia e non solo – ad esempio non scorderò mai alcuni inenarrabili momenti ilari passati insieme a Evan Rail. E, cosa forse più importante, è stato bello condividere questa esperienza con persone dall’alto livello morale e umano, caratteristica che non dovrebbe mai venir meno.

In tutto questo è impossibile non citare la perfetta organizzazione di tutto lo staff di Unionbirrai, che si è preoccupato di ogni aspetto del concorso, sia durante gli assaggi sia negli altri momenti. Il loro sforzo è stato enorme e non solo nei giorni in cui si è svolto il contest, permettendo a noi giudici di concentrarci sul nostro “lavoro” nel migliore dei modi. Prezioso anche il contributo del Formal, i cui ragazzi hanno servito le birre ai tavoli, e quello di Tinto durante l’evento di premiazione. È impossibile ringraziare e fare i complimenti a tutti, vi lascio semplicemente con il pensiero di Adrian Tierney-Jones, uno dei giudici al tavolo, che nel suo post di lunedì si è espresso in questi termini nei confronti del concorso:

This was my second year of service and the event is one of the best competitions at which I judge during the year — it’s well run, it offers a chance to investigate what’s going on with Italian artisanal beers (no one said the word craft once as far as I can remember), there’s a good crowd of people, there are great beers and setting it in Rimini is a rather ingenious masterstroke — the Adriatic in early spring, plenty of sun and that bright and breezy sense of a seaside resort about to wake up from its winter hibernation.

Complimenti importanti, considerando anche arrivano da un giudice straniero abituato a partecipare a tanti concorsi in giro per il mondo. Se invece cercate un report italiano, trovate quello di Francesca Morbidelli sul sito de La Pinta Medicea.

Esperienza impagabile davvero, che già mi manca tantissimo. Ancora grazie e complimenti a tutti i presenti. E un pensiero finale a un’amica che non è potuta essere tra noi, affinché si rimetta presto: Margherita ci sei mancata tantissimo!

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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2 Commenti

  1. Molto interessante questa prospettiva “dall’altra parte” del tavolo 🙂 Sarebbe interessante un articolo riguardo alle possibili vie per diventare giudice birrario; ricordo che in “Degustare le birre” di Mosher c’è una scheda informativa in proposito per quanto riguarda gli USA

  2. Essere giudici, è di sicuro stato impegnativo, e questo tuo articolo ce lo ha fatto ben comprendere. E’ un premio anche a quello che si da a questo settore con ruoli diversi, ma anche un onere e credo un onore.
    Giudicare non è semplice, la critica ci sta, altrimenti quello che fate non interesserebbe a nessuno.

    Rimango perplesso di un fatto, ovvero della fase di premiazione che renderei il più pubblica possibile e in un contesto di grande partecipazione pubblica e in una grande città.

    Infine consiglierei la pubblicazione dei partecipanti subito, come ogni tanto si è fatto.

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