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L’iniziativa di Unionbirrai per i locali italiani: presentato il progetto PUB

Uno degli appuntamenti collaterali in programma durante il recente Eurhop Beer Festival è stata la presentazione del progetto PUB di Unionbirrai. Come il nome suggerisce si tratta di un’iniziativa rivolta ai locali italiani nell’ottica della promozione della birra artigianale: un marchio con il quale identificare quegli operatori che supportano il movimento, difendendo i prodotti craft dalla crescente invasione delle multinazionali. Un tema sul quale la nuova Unionbirrai appare giustamente molto sensibile e che ha già cominciato a sostenere con attività concrete e prese di posizione piuttosto nette. Il progetto PUB si inserisce dunque in quella serie di strumenti con cui l’associazione di categoria punta a proteggere e sviluppare ulteriormente la birra artigianale, rivolgendosi questa volta a un elemento preciso – e di importanza fondamentale, perché a diretto contatto col pubblico – della filiera. Di seguito illustro i dettagli dell’iniziativa, ma vi anticipo anche che questa volta non sono pienamente convinto della strada intrapresa da UB.

Il progetto PUB è identificato da un marchio che riprende le sembianze del nuovo logo di Unionbirrai e che viene rilasciato, dietro pagamento, ai locali di mescita che soddisfino una serie di requisiti oggettivi. Viene sottolineato a chiare lettere che non è un bollino di qualità, ma un contrassegno che individua realtà particolarmente attente a sostenere il movimento italiano. L’idea nasce dall’interesse dell’associazione a “interagire in modo sempre più stretto con tutti i componenti della filiera”, soprattutto “in un periodo di forti ingerenze del comparto industriale” dove “è fondamentale uno sforzo comune per comunicare cosa è la Birra Artigianale Italiana”. La finalità del marchio è dunque di “costruire una casa in cui far confluire tutte le attività di somministrazione che promuovono la Birra Artigianale Italiana”.

Entrando nel dettaglio, i requisiti che secondo Unionbirrai un locale deve rispettare per fregiarsi del marchio sono i seguenti:

  • Possedere almeno 5 spine.
  • Dedicare almeno il 51% delle spine a birre artigianali italiane, cioè a quelle birre che rientrano nella definizione di birra artigianale in vigore in Italia.
  • Impegnarsi a contraddistinguere in modo chiaro e inequivocabile quali sono le birre artigianali italiane e quali non lo sono.
  • Rispettare nel tempo le suddette condizioni, anche a marchio conseguito. In tal senso è previsto un semplice meccanismo di “ammonizioni” con esclusione alla terza infrazione.

Chiaramente tali requisiti sono stati definiti seguendo ragionamenti ben precisi, ma ciò non li solleva certo da osservazioni più o meno giuste. In questa sede non mi interessa soffermarmi sul numero di spine individuato o sulle modalità di verifica dei criteri – tutti aspetti sui quali ognuno può avere la sua opinione, perfettamente lecita – ma su un aspetto basilare che comprendo poco: quello cioè di limitare il discorso alla sola birra italiana. Pensiamo a un pub come il Ma che siete venuti a fà: in teoria non potrà usufruire del marchio perché è solito lavorare soprattutto birre (artigianali) straniere, non raggiungendo quel limite del 50% + 1 spina – sarebbe meglio definirlo così – necessario per ottenere il riconoscimento. Vi sembra normale?

Il progetto PUB è rivolto ai locali, ma il destinatario ultimo è il consumatore. Così si spiega ad esempio il terzo criterio, che prevede un impegno da parte del gestore nel comunicare correttamente la distinzione tra birre artigianali e non artigianali presenti nel suo locale. Istruire il bevitore è fondamentale, lo ripeto sempre. Ma penso che egli possa comprendere quella profonda differenza anche bevendo soltanto prodotti stranieri. Se lo scopo ultimo è aumentare la consapevolezza dei consumatori e la cultura birraria, allora non si può ridurre tutto alla sola birra italiana, lasciando fuori realtà che sviluppano da anni una preziosa opera di comunicazione e divulgazione – come, ovviamente, il già citato pub capitolino. Mi si potrebbe ribattere che dovendo muoversi in percorsi oggettivamente riconoscibili, l’unico riferimento è la definizione legislativa, che identifica solo la birra italiana. D’accordo, ma allora forse l’intero progetto nasce da presupposti limitati.

Come accennato precedentemente, il marchio ha un costo di “iscrizione” di 100 euro (comprensivo dell’adesione a Unionbirrai), da rinnovare ogni anno. I vantaggi che si ottengono sono diversi, alcuni dei quali decisamente interessanti:

  • Presenza sul sito web del progetto, mediante il quale gli utenti possono conoscere quali pub trattano Birra Artigianale Italiana.
  • Disponibilità di un adesivo e di un’insegna riportante il marchio.
  • Corsi professionali dedicati.
  • Possibilità di ospitare corsi UBT.
  • Accesso ad alcuni servizi di consulenza erogati da UB ai birrifici (qualora coprano anche necessità dei locali).

Il progetto PUB entrerà in esercizio dal primo dicembre di quest’anno e non ci sono molte altre informazioni al riguardo, anche perché l’idea è di plasmarne un minimo il funzionamento sulla base delle idee che arriveranno nei prossimi mesi. Tuttavia, come avrete capito, a me l’idea non fa impazzire. Presumibilmente punta a soddisfare esigenze prioritarie di Unionbirrai, ma si basa anche su criteri che già in questa prima elaborazione sollevano molti dubbi. Quali locali potranno essere realmente coinvolti? Quanti saranno davvero interessati ad aderire? Quale penetrazione raggiungerà il marchio nel settore? Ma soprattutto, cosa arriverà di tutto questo al consumatore finale? Queste sono solo alcune delle tante domande che il progetto stimola, ma che presumibilmente non troveranno risposta in tempi brevi.

Sono decisamente perplesso, anche perché questo progetto PUB mi sembra poco in linea con la chiara strada che ha intrapreso Unionbirrai dopo la sua recente trasformazione – e che fino a oggi ho sempre plaudito. Avrei lasciato la creazione di un marchio per i locali a un soggetto diverso, come un’associazione di consumatori, che potesse definire dei criteri di più ampio respiro nel quale far rientrare anche le istanze di Unionbirrai. Da parte di quest’ultima invece avrei auspicato che si fosse limitata a proporre corsi professionali, campagne di comunicazione e servizi specifici. Qui invece temo che ci troveremo nel classico caso dell’elefante che partorisce il topolino, con la contemporanea sottrazione di risorse preziose ai tanti altri temi sui quali l’associazione dei microbirrifici italiani è chiamata a spendersi quotidianamente. Ma mai come questa volta spero di sbagliarmi.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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10 Commenti

  1. così su due piedi, da consumatore, al limite vedrei interessante una cosa tipo:

    – bollino “oro” per chi rispetta anche la regola del 50+1
    – bollino “argento” per chi non rispetta ma che ha comunque solo birre artigianali
    – bollino “bronzo” per chi ha sia artigianali che “industriali”

    un adesivo sulla porta alla fine è come quello delle guide Michelin…non è che NON averlo automaticamente identifica un locale/ristorante scadente.

    • Andrea Turco

      No certo, ma una moltiplicazione di adesivi non fa altro che aumentare la confusione, che è proprio ciò di cui il consumatore non ha bisogno al momento

  2. Questa iniziativa è destinata a fallire. Al di là dei vantaggi che se ne possono ricavare, a me non va proprio giù l’idea di dover pagare per ricevere il bollino. Ma come? Uno sostiene la birra artigianale e deve pure dare il proprio obolo? E’ sbagliato in linea di principio. Per non parlare del meccanismo delle ammonizioni. Chi sarà il soggetto preposto a vigilare e a comminarle?

  3. L unica cosa positiva ritengo possa essere far riflettere i locali ad avere impianti alla spina di proprietà cosi da promuovere la birra artigianale di più birrifici possibili. Finché saranno “schiavi” dei distributori non gli.importerà nulla nemmeno del bollino.

  4. Io penso che sia una nobile iniziativa…
    Sul fatto del solo italiano non vedo problema…
    Abbiamo Birre che possono competere tranquillamente con il resto del mondo….
    Basta con questa esterofilia…
    100 euro compresa l’iscrizione a UB non lo trovo esagerato…
    Potrà sicuramente essere perfezionata….
    Avanti così!

  5. Se si vuole istruire le birrerie e i consumatori sulla cultura della birra artigianale è un ottima idea, ma rilasciare un bollino dietro pagamento mi sembra che si vada a categorizzare la birra, mi spiego: chi aderisce fa parte del movimento e dei suoi progetti e quindi ti rilascio il bollino, chi non aderisce perché non è coinvolto o non ha tempo o cos’altro diventa una mescita di “serie B”? ( e magari spillano la stessa birra) Questo per il consumatore normale si traduce in una selezione qualitativa ,anche se viene chiaramente specificato che non è questo lo scopo.Mi sembra che questa operazione dia potere alle associazioni e non alla birra.

  6. Scusatemi, ditemi se ho capito bene:

    Caso A) 5 spine di cui: una Peroni, una Nastro Azzurro e 3 birre artigianali schifose del mio agriturismo, fusti tutti conservati a 30°C e raffreddamento con cooler. PROMOSSO

    Caso B) 12 spine di cui: 3 lambic di Cantillon. 3 cask del circuito camra e 6 birre eccellenti italiane. Fusti tutti in cella, temperature rigorosamente e tipologie di spine/pompe differenziate per tipologia. BOCCIATO

    Ho capito bene?

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