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La birra diventa un prodotto agricolo

Ieri Confagricoltura ha annunciato una novità importante, che segna uno spartiacque fondamentale per la definizione legislativa della birra in Italia. Grazie al decreto ministeriale 212/2010, infatti, è stato stabilito che la birra non è più una semplice bevanda, ma un prodotto agricolo a tutti gli effetti. La più immediata conseguenza è che le aziende agricole produttrici di orzo potranno creare una malteria o un birrificio aziendale godendo di una tassazione più vantaggiosa, calcolata sulla base del reddito agrario.

Il decreto prevede tutta una serie di prodotti da considerare connessi alla produzione agricola. Oltre alla birra e al malto d’orzo, troviamo anche grappa, pane, farina, sfarinati vari e prodotti di panetteria freschi. Tuttavia, affinché siano considerate attività connesse, i malti per la birra, le vinacce per la grappa, le farine per i pani, devono essere ricavati prevalentemente (51%) da orzi, uve e cereali prodotti in azienda.

Ecco come Confagricoltura commenta questa importante novità:

Finalmente è stato definito che per avere una birra, una grappa, un pane di qualità sono necessarie materie prime di qualità, con una complementarietà importante che dà modo alle imprese agricole di ampliare l’offerta produttiva.

[Si tratta di] un provvedimento che proietta l’agricoltura in una visione nuova, che spinge le imprese settoriali ad impegnarsi in attività a valle della produzione agricola vera e propria, recuperando parte del valore aggiunto di cui non hanno mai beneficiato.

Quali ripercussioni pratiche porterà la nuova disposizione? L’ipotesi più immediata è che aumenteranno i cosiddetti “birrifici agricoli”, cioè attività brassicole nate all’interno di strutture agricole – in Italia già oggi sono presenti diversi esempi. Gli sgravi fiscali probabilmente invoglieranno nuovi imprenditori a entrare nel mondo della produzione birraria. La speranza è che alle spalle ci sia anche passione, e non solo opportunismo economico.

Come conseguenza meno immediata, mi chiedo se la nuova definizione permetterà alla birra di rimanere più al sicuro di fronte alle campagne screditanti dell’opinione pubblica, mossa da quel sentimento neo-proibizioniste così di moda ultimamente. Non essendo più una semplice bevanda ma elevandosi al grado di prodotto agricolo, la mia ipotesi (leggi speranza) è che finalmente maturi una corretta visione di questo prodotto. Nella considerazione generale, infatti, troppe volte la birra è considerata alla stregua di bevande di tutt’altra natura, come i famigerati alcolpops.

Da non escludere che invece il decreto non porti ad alcuna conseguenza rilevante per il settore brassicolo. Staremo a vedere…

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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72 Commenti

  1. Forse però mancano le malterie cooperative in Italia?

  2. @birra Zen
    Lo penso anch’io…
    Produrre orzo in proprio è già fattibile ma dopo necessariamente andrà maltato.
    Comunque per tante aziende agricole in crisi può essere un’opportunità in più per tirare avanti… Immagino che nel breve periodo ci sarà un’altra ondata di nuovi microbirrifici. Stiamo a vedere…

  3. I dubbi sulla possibilità che i nuovi birrifici agricoli siano creati a prescindere dal vero interesse per il prodotto finale è fondato.

    E poi il birraio è un artigiano-bottegaio non un dannato agricoltore.

    Ma vedo anche altri problemi.
    Da una parte abbiamo produttori di birra a regime fiscale agevolato (birra a tasse ZERO), strutture già esistenti…insomma, costi di apertura limitati e margini più ampi sul prodotto venduto.

    Ci possiamo aspettare che sul mercato quelle birre siano introdotte a prezzi più bassi delle birre prodotte da birrifici tradizionali.

    Potremmo dire che si tratta di condizioni di disparità competitiva?
    Il povero birraio, dotato di impianto sottodimensionato, stretto in locali troppo piccoli, tartassato dallo stato e circondato da prodotti industriali che costano un quinto si vedrà definitivamente affondato da birre artigianali, magari anche buone, che costano il 50% meno della sua. Con margini superori e rischio d’impresa tendente a zero.

    Scenario possibile?
    Mah…intanto molti produttori di vino stanno diversificando, o lo faranno presto, sulla birra. Le attrezzature sono già lì, così come know how, locali e mercati.

    Vedo tempi duri per gli impianti sotto i venti ettolitri nel medio periodo.
    Di positivo ci sarà un livellamento dei prezzi verso il basso.

    Ma scordiamoci del birrificio condotto romanticamente dal Big Lebowski di turno che è armato di tanta passione e poca imprenditorialità.

    Ok, ora sono depresso.
    Vado a farmi una birra agric..artigianale!

    • Livingstone
      Sto leggendo solo ora il tuo post. Come ho già detto in altre occasioni, non si può discutere del fatto che gli agricoltori paghino le tasse sul reddito agrario e dominicale solo prendendo ad esempio un prodotto. Semmai si può discutere perché l’agricoltore paga le tasse con quella modalità…. Ma in tal caso bisognerebbe aprire una discussione più ampia: perché alcune categorie non pagano le tasse in base al reddito ma pagano solo un forfait? Perché alcune categorie non pagano le accise (o le pagano in misura molto ridotta)? Perché sulle rendite finanziarie si pagano le tasse con un’aliquota molto inferiore rispetto ad altri redditi?…..il discorso è molto più ampio e a mio avviso è ingeneroso colpevolizzare una categoria ….tra l’altro ricordo a tutti che comunque è una categoria con molti più disagi degli altri e meno servizi….(basti pensare ai servizi dei comuni, trasporti pubblici, metano, fognature, illuminazione….etc.). Ma nei post sull’articolo dell’11 maggio la discussione è molto più ampia. http://www.cronachedibirra.it/notizie/4409/e-fu-cosi-che-arrivammo-al-primo-festival-della-birra-agricola/#comment-14307

  4. Andrea Turco

    @Livingstone
    Giusta osservazione quella sulla disparità, anche se bisognerebbe capire quali sarebbero i reali vantaggi economici per le aziende agricole rispetto a un birrificio “classico”

  5. Il nostro mito è la fattoria Dupont, e fino a ieri non era pensabile riprodurre questo modello in Italia: una vera fattoria, che produce anche uova e formaggi, oltre a birre che l’hanno reso famosa. E adesso che siamo artigiani ci convertiremo di corsa in contadini, riciclando i due ettari di terra del nonno? Prima di andare dal notaio va anche capito se il decreto ministeriale ( che formalmente è un provvedimento temporaneo ) verrà convertito in legge o almeno prorogato alla scadenza.
    Anche se nel breve periodo ci farà rosicare parecchio per la diversa tassazione rispetto a noi, la birra agricola mi piace: senza conservanti, genuina, gustosa, non pastorizzata… una volta si chiamava birra artigianale.

  6. Non sono un commercialista , ma su questo argomento sono molto “caldo” in quanto recentemente due birrifici “agricoli” mi hanno messo fuori una 0,3 alla spina a 4,5€ cadauna…..4,5€!!!!!! ..entrambe le birre erano palesemente infette , e una volta fatto notare mi sono sentito rispondere “d’altronde siamo ancora in rodaggio , siamo prima agricoltori e poi birrai per arrotondare”……qualche secondo….momento di sconcerto misto a furia per me….

    Ecco , questo al momento è la concezione che ho dei birrifici agricoli.

    Come sempre mi auguro di essere smentito.

    Ps per rodaggio si intendeva che il piu’ anziano dei due birrifici birrifica da anni….

  7. io credo che il provvedimento sia un atto dovuto.
    Se la birra viene prodotta con materie prime provenienti in prevalenza dal fondo è da considerarsi attività connessa, come previsto dall’Art. 2135, comma 3, del codice civile.

    Oltre alle agevolazioni fiscali (che probabilmente non vogliono dire esenzione totale dal pagamento di imposte, tasse e contributi) bisogna anche valutare se dalla produzione in proprio di orzo (che andrebbe maltato) e di luppolo, si possano ottenere prodotti qualitativamente simili a quelli che vengono normalmente impiegati dai birrai artigiani…

    Io non credo che la strada della birra agricola possa essere intrapresa dagli agriturismi che vogliono offrire birra autoprodotta agli ospiti (quindi per produzioni contenute).

  8. nell’ultima frase del commento N.7 c’è un non di troppo 😛

  9. Di sicuro la tassazione è bassa ma non 0… non ci sarà molta differenza, e poi lo so che potrà spaventare questa cosa ma per me non cambierà assolutamente nulla, ci sarà si e no un 1% dei birrifici esistenti che farà il passaggio ad agricolo ma solo perchè erano già delle realtà agricole ancor prima di iniziare a produrre birra (in molti paesi ci sono famiglie che gestiscono un ristorante-pizzeria-pub-brewpub e magari anche un’azienda agricola)
    Dubito poi che un agriturismo si metta a spendere centinaia di migliaia di euro per un impianto di produzione ed imbottigliamento più altre centinaia per condurre un fondo agricolo coltivato ad orzo da maltare e varie attrezzature quali seminatrici, trebbiatrici ecc… non pensate che sia così facile come sembra…
    Anche se a tassazione agevolata comunque c’è tutto un procedimento che inalza i costi SENZA POI TOGLIERE che chi intraprende questo “viaggio” deve avere le basi per produrre una birra di qualità altrimenti ci si ritrova ad aver speso camionate di $$ e fare birre infette e spacciarle come buone o come dice il buon rampollo con la scusante di essere in “rodagio”…
    Succederà quello che è successo con gli agriturismi per i ristoranti, nulla di più.

  10. Ricordiamoci che se l’industria di trasformazione degli alimenti si è sempre staccata dalla produzione delle materie prime necessarie, è perchè ci sono degli evidenti problemi di gestione dei due mestieri che sono ben diversi oltre che onerosi.
    faccio degli esempi: chi fa pasta, pane, biscotti, non ha campi di grano e molini da gestire, i macelli raramente allevano anche gli animali; chi produce formaggi non alleva le mucche e poi le munge.. ci sono mille esempi del genere con le eccezzioni del caso. idem per la birra se questo mondo si è strutturato distiguendo tra chi coltiva, chi malta e chi trasforma in birra è perchè sono stati valutati bene costi e benefici.. poi ci sono le eccezzioni anche nel settore birra, ma appunto trattasi di eccezzioni. Ricordo un produttore Ceco che maltava e che mi diceva che ormai per stare dietro la produzione metà del malto lo acquistava.. Però penso al tempo stesso che il primo che ci riesce a farlo bene in italia sarò certamente un figo!

    • Alessio, non è proprio così le separazioni sono spesso dovute a motivi economici: alcune grandi multinazionali sanno molto bene che il settore primario non è remunerativo (quindi la produzione agricola vera e propria) quindi tendono ad eliminarla dal loro business relegandola ed un semplice ruolo di fornitore. La realtà e che oggi i margini economici si sono spostati sempre di più a valle della produzione fisica (manipolazione – trasformazione – commercializzazione e marketing) lasciando alla produzione vera e propria, spesso solo i costi di produzione o poco più). Un esempio che mi fa sempre un mio collega: 40 anni fa si vendeva la pasta sfusa: tu andavi dal droghiere ed acquistavi 100 lire di prodotto ed in quelle 100 lire c’era solo il prodotto. Oggi vai al supermercato e compri una confezione di pasta da 0,50 centesimi ed in quei 50 centesimi ci trovi 10 centesimi di pubblicità 10 centesimi di pakaging 10 centesimi di distribuzione ed appena 20 centesimo di prodotto (ed in questi venti centesimi la parte della produzione del grano saranno si e no 2 centesimi)

  11. vado a memoria ma nel corso di un incontro con i rappresentanti di assobirra nel maggio 2009 era stata ventilata l’ipotesi di far passare la birra come prodotto agricolo perchè cosi sarebbe stato possibile fare meglio attività di lobbying. credo che l’obiettivo fossero le accise sulla falsariga di ciò che accade con il vino. non so quanto sia coinvolta assobirra ma non mi sembra un operazione fatta cosi perchè dovuta.

  12. Come hanno scritto Birra Zen e Rik intanto devi far maltare l’orzo di propria produzione, investire una vagonata di quattrini per l’impianto e poi riuscire anche a produrre una birra di qualità, in quantità sufficiente per ripagare gli investimenti.
    Con due ettari di terreno, coltivati ad orzo, non so nemmeno se ce la fai a ripagarti il gasolio per il trattore 😉
    La mia impressione dei birrifici italiani, che fanno delle birre degne di nota, è che hanno delle persone dietro che lavorano com passione e professionalità, se bastassero i soldi per produrre birre buone, non si sentirebbe parlare sembre dei soliti, e qui esagero, 50 birrifici ma anche degli altri 250+
    Se poi sono come quell di Hof ten Dormaal, che erano presenti al Villaggio della Birra, ben vengano!

  13. Per le coltivazioni di orzo vengono elargiti contributi.
    Per la semina e la mietitura ci si appoggia ad altre aziende, non vai a comprare un trebbiatrice per qualche ettaro di terra…
    Come ha detto qualcuno la relazione tra birra agricola e birra artigianale è la stessa che passa tra agriturismo e trattoria.

    @marcos
    Nulla esclude che ci possano essere dei furbi in agguato…
    Ma dal punto di vista etico e morale, se sono un imprenditore agricolo e voglio fare birra con le mie materie prime, la birra che ne esce fuori è un prodotto agricolo. Come se stessi producendo formaggio con il latte delle mie pecore/vacche/capre o vino con uve della mia vigna, ecc.

  14. @velleitario
    sono d’accordo che la birra sia un prodotto agricolo (in qualche modo). solo mi ricordavo questo particolare che credo possa essere interessante.

  15. @ alessio …
    chi produce latte in buona parte dei casi alleva anche le mucche… o meglio chi ha un allevamento di mucche da latte ha anche il caseificio, le cantine che fanno vino si coltivano i campi e si producono l’uva, non vedo che differenza ci sia…
    almeno qui da me, in città logicamente non si può fare ma in aperta campagna non vedo quale sia il problema.
    Se ho lo spazio e sono un’azienda agricola che magari per diversificare e per PASSIONE ha apero tot anni fa un birrificio non vedo perchè non posso ritornare al vecchio lavoro dell’agricoltore coltivandomi l’orzo pur continuando a fare la birra che già mi facevo.

  16. io sono di parte perché sono stato homebrewer per diversi anni 3 anni fa ho aperto un microbirrificio all’interno del locale di famiglia (una pizzeria) ma comunque ho anche un’azienda agricola con mio padre e sono viticoltore ed olivicoltore.
    Facendo 4 calcoli ho visto che per produrre il 51% di orzo da maltare tenendo conto della resa dell’orzo e della perdita in fase di maltazione un birrificio con una produzione mensile di 30hl di birra ha bisogno di circa una cinquantina di quintali di orzo, i campi di orzo hanno una media di produzione di 25 – 18 qli per campo (3300 mq a verona) quindi condurre 3 – 4 ettari (per produzioni nettamente superiori) non richiede chissà cosa da parte dell’agricoltore e si potrebbe tranquillamente, con un’accurata scelta della tipologia di orzo da seminare, arrivare a produrre un malto di qualità.
    Dopo quella dei contributi logicamente è un incentivo alle realtà agricole che partecipano ai PSR e rispettano delle graduatorie, quelli ci sono sempre stati e sempre ci saranno

  17. Io vendo impianti di produzione e sono tra i pochissimi in Italia a proporre micro malterie didattiche o da laboratorio. Dovrei gioire di questo decreto ed infatti mi arrivano già le prime richieste da agricoltori interessati, invece realisticamente sconsiglio l’operazione. Produrre orzo distico di qualità è tutt’altro che facile, le coltivazioni Italiane attuali sono finalizzate all’utilizzo per panificazione e nel caso la destinazione sia birraria parliamo di Peroni, Heineken, and CO. che non sono certo alla ricerca degli ingredienti migliori, visto che poi li utilizzano con aggiunta di mais, riso, ecc.

    Maltare in proprio è antieconomico ed anti-qualitativo, per una piccola malteria è necessario sborsare una somma superiore a quella necessaria all’acquisto di un buon impianto di produzione e non dimentichiamo che per maltare correttamente, sono necessarie competenze specifiche. Nelle malterie estere, dove il grosso del lavoro è assorbito dal settore birrario, è assolutamente implicita la presenza di un mastro birraio maltatore (ulteriormente specializzato nel processo di maltazione).

    Far maltare a terzi è attualmente impensabile, le quantità minime richieste sono superiori al fabbisogno di qualsiasi microbirrificio, per non parlare poi dei costi di trasporto. Immaginate un birraio agricoltore Piemontese che deve mandare l’orzo in Puglia e da li di nuovo in Piemonte.

    Potrebbero però sorgere piccole malterie, che si occupino della cosa, questo quando la richiesta sarà sufficiente a giustificarne l’esistenza. In verità un progetto simile è già allo studio in Sicilia, ma anche se dovesse vedere la luce, poi rimangono i costi di trasporto. Ma vedrete che comunque ci sarà chi proporrà a breve micromalterie e ci sarà anche chi le acquisterà, ma vedo difficile che poi qualcuno riuscirà a competere con il malto importato attualmente in Italia, anche se lo stesso non è già di primissima.

    Non dimentichiamoci che nel secolo scorso quasi tutti i birrifici avevano una malteria propria, mentre oggi quasi nessuno. Se non ne vale la pena per un’industria immaginiamoci per un artigiano. CIAO.

  18. La necessità aguzza l’ingegno.
    E gli aiuti statali stravolgono le logiche di mercato.

    Magari quello che in un mercato non “drogato” non ha ragion d’essere, diventa interessante quando si pagano meno tasse solo a patto di produrre con il proprio malto.

    E poi almeno una micromalteria che lavora su commissione esiste già in Italia.

  19. @ Livinstone
    Maggiori info?

  20. @ Cere

    Ti aiuto.
    Il titolo avrebbe dovuto essere…

    “La birra diventa un prodotto agricolo…novità, ma non per tutti”

  21. micro-malterie consortili create attraverso finanziamenti pubblici?

  22. Finziamento regione Sicilia.

  23. Cerevisia ha molte ragioni, però ragionando a medio termine chissà…C’è bisogno di conoscere di più e i retroscena del decreto. In teoria la cosa potrebbe essere anche interessante. In Italia per esempio nessuno fa malti speciali, ci sono quelli per le chiare industriali nostrane, e del resto anche Agroalimentare, che dei due italiani mi sembra il più interessato, non ha avviato una politica per i micro, solo qualche sponsorizzazione qua e là. E’ anche vero però che il movimento artigiano al Sud è poco consistente, e per un birrificio piemontese o lombardo la Francia, l’Austria, la Germania etc..spesso sono più vicine. A naso però non sarei così chiuso ed analizzerei con attenzione

  24. Nelle Marche da qualche tempo esiste il “Consorzio marchigiano produttori dell’orzo e della birra”, con una malteria vicino ad Ancona dove i “birrifici agricoli” maltano l’orzo dei loro campi.
    Che poi 2 su 3 producano roba imbevibile è un altro discorso…

  25. Sempre dalle Marche…. copio e incollo:
    “La nostra malteria, che ha richiesto un investimento di 550 mila euro, permette di ottenere rese di germinazione molto elevate ed un prodotto di altissima qualità. Oggi produciamo 1500 quintali di malto, ma ci stiamo attrezzando per arrivare almeno a 12.000 quintali all’anno. Tale è il quantitativo che stimiamo possa servire per soddisfare le esigenze degli agricoltori che hanno manifestato l’intenzione di associarsi e mettersi a produrre birra agricola”.

    AIUTO, siamo rovinati!!! Weyermann salvaci tu!

  26. premetto che i dati che sto per dare possono e devono essere corretti,

    -un ettaro di orzo produce circa 40/45 quintali, al costo di gestione annuo di circa 800/1000 euro (arature, concimazioni, semine, raccolto, etc…);

    -il COBI, consorzio produttori dell’orzo e della birra di agugliano vicino ad ancona, riconsegna circa il 75/80% dell’orzo conferito (senza spese per maltazione) e non garantisce che il prodotto riconsegnato sia lo stesso di quello conferito;

    il 75% di 4000 è 3000 e 1000euro/3000kg=0,33euro/kg (AMMAZZACHEMATEMATICO)

    Ora penso che sia veramente interessante un discorso di tracciabilità di filiera,

    ma la cosa và ben analizzata, il rischio reale è che molta gente si farà male con le proprie mani (spinti da PSR ed audaci federazioni di categoria) per aver intrapreso una strada che richiede profonda conoscenza in agricoltura ed in arte birraria…

    aiutatemi a capire!

  27. @ R.C.

    Non è corretto dire che non ci sono spese di maltazione.
    L’orzo conferito viene retribuito il 30% in più del valore di mercato.
    Il malto viene rivenduto ai soci ad un prezzo che dovrebbe essere intorno ai 70€/quintale.

    Ci sono attualmente almeno cinque birrifici agricoli nelle Marche.

  28. Ciao
    aggiungo un contributo al thread da una prospettiva un po’ diversa agli aspetti sicuramente interessanti e “romantici” di produzione attraverso una filiera completa, di qualita’ del prodotto finale, valorizzazione del territorio, etc etc..

    Mi riferisco agli aspetti piu’ di “business” introdotti dal decreto (del ministero dell’economia e non delle politiche agricole..)…cosa vuole dire effettivamente che la birra puo’ essere prodotta in regime agricolo? ci sono reali vantaggi? a pari bilancio in termini di cost/ricavi che vantaggi avrebbe un agri-birrificio?

    Ho letto di birra a tasse zero…di divisione del mercato tra fortunati e sfortunati…etc etc..mi sembra che ci sia un po’ di confusione.

    Premesso che non sono un commercialista e che ogni realta’ aziendale ha una sua peculiarita’ i termini di tassazione e rapporti con il fisco mi risulta che..

    -Le imposte sul reddito da impresa (quelle che comunemente vengono definite tasse) sono in funzione della natura dell’impresa con differenze tra societa’ di persone e di capitale..ma invarianti alla natura agricola della stessa

    -Il regime di IVA e’ la differenza nell’ambito agricolo…si puo’ infatti optare per un regime speciale con compensazione iva forfettataria..ovvero vendere la birra con iva in aliquota ordinaria e compensare l’iva dovuta non con quella a credito derivante dagli acquisti ma con un valore forfettario.

    La convenienza nel applicare il regime ordinario o speciale dipende moltissimo dalla situazione creditoria/debitoria di iva della singola azienda. In generale se si ha un forte credito di iva meglio il regime ordinario e farsi rimborsare il credito.

    Presumo che un birrificio di recente apertura che avra’ fatto un grosso investimento in attrezzatura il credito di IVA imponente compensera’ il debito iva delle vendite per lungo tempo rendendo poco conveniente il regime speciale dato dalla natura agricola

    A parte i tecncismi di cui sopra qualcuno sa dire con precisione normativa quali sono i presunti vantaggi tecnico/fiscali del regime agricolo ?

    grazie
    Davide

  29. Credo che funzioni così:

    Il reddito agricolo, per i prodotti agricoli, non lo paghi sul volume d’affari ma sulla quantità di terra posseduta. Ed è piuttosto basso.

    Questo vuol dire che se produci 10 o 1000hl di birra agricola paghi zero IRPEF.

    Certo che non è tutto così facile.
    Ci sono altri fattori che determinano la convenienza dell’affare che vanno valutati e che io non conosco.

    Certo che se hai già della terra e un’azienda agricola, il vantaggio è indubbio.

    Per un birrificio da 500-1000 hl/anno la trasformazione in azienda agricola mi sembra difficilmente conveniente. Non fosse altro per i grossi casini burocratici e gestionali nei quali ci si andrebbe ad impelagare.

  30. Ah, dimenticavo.
    Naturalmente il prodotto è agricolo se almeno il 51% della materia prima è di produzione propria.

    Questo vuol dire che considerando le rese del cereale, la rotazione delle colture ecc. l’azienda capace di “foraggiare” un microbirrificio medio dovrebbe avere almeno 40-60 ettari di terra coltivabile a cereale.

    Non mi sembra alla portata del birraio comune.

  31. Ho qualche serio dubbio che il reddito derivante dalla produzione di birra in regime agricolo ovvero dalla trasformazione del 51% delle materie prime prodotte dall’azienda agricola in birra sia assimilabile a reddito agricolo..e quindi soggetta a un regime di tassazione forfettario secondo l’applicazione di tariffe d’estimo..temo piuttosto che sia assimilabile a normale reddito d’impresa e quindi soggetto a seconda dell’assetto socetario a IRPEF e/o IRES..e quindi assolutamente assimilabile a una impresa artigiana e/o industria

    se qualcuno riesce a dare una risposta su questo punto sicuramente e’ utile per chiarire concetti semplicistici di “birra a zero tasse”

    Non citati prima ma sicuramente da ponderare sono i vantaggi in termini di agevolazioni della categoria agricola..agevolazioni sul credito, finanziamenti specifici, maggior flessibilita’ rispetto ad altri settori nel fare investimenti e ampliamenti etc …il mondo agricolo ha una serie di peculiarita’ interessanti (in particolare per chi gia’ possiede una azienda agricola e vuole integrare una attivita’ associata) ma da li a dire che non si pagano tasse per produrre e commercializzare la birra ce ne passa..

    mi fermo e attendo conferma o smentita da un esperto di temi fiscali/societari

    grazie
    Davide

  32. @ Mysobry

    Ma tu parli sempre a “sensazioni” o a volte ti informi anche?
    Così, solo una curiosità.

  33. @Livingstone
    Nel peloso mondo di tasse,tributi, normative non ho alcuna certezza..solo dubbi domande e perplessita’…se no a cosa servirebbero gli oltre 100.000 commercialisti italiani ??
    Il mio primo post era proprio nell’ottica di porre un quesito, aprire una discussione nella speranza che qualcuno dia una risposta professionale e “informata” e gisutamente non in termini di senszioni (birra a tasse 0…)

    aspetto quindi una conferma smentita sul fatto che produrre birra in una azienda agricola generi reddito di impresa o si debba calcolare solo il reddito agrario

    giusto per essere “informato” ho posto anche la questione a un commercialista della coldiretti..per cui assumo competente..appena ho risposta aggiorno il thread
    grazie
    Davide

  34. Le aziende agricole che producono pane, birra, formaggi, carni, pesce, vino e grappa con almeno il 51% della materia prima autoprodotta, potranno venderli beneficiando del regime fiscale agricolo, basato sulla rendita catastale, anziché essere assoggettate a quelle del commercio.
    Niente IRPEF, solo IRAP, IVA e accisa.
    Nel mio caso, equivarrebbe a + 30.000 euro l’anno puliti puliti in tasca. Una bella differenza, bimbi…
    Senza contare i contributi a fondo perduto per l’acquisto dei macchinari…

  35. Se un ettaro di terreno rende 40/45 quintali di orzo al costo di 800/1000 € con un costo di 22 € al quintale come possono vendere l’orzo a 15€ al quintale?

    Se pero lo trasformano in malto lo potrebbero vendere a 70€ al quintale.

    Meglio ancora se trasformato in birra un quintale di orzo rende circa 600€.

    Perche un’azienda agricola che spende anche 200.000€ per un trattore non li potrebbe spendere per acquistare malteria e birrificio?

    Finalmente anche gli agricoltori guadagneranno un po.

  36. @Mike

    chi ha un’azienda agricola può spendere i soldi come meglio crede, ma se prima di spenderli per impiantare un birrificio con la speranza di vederli moltiplicati imparasse a fare birra, sarebbe meglio per tutti.
    E, spesso, non siamo neanche al livello di imparare “a fare birra”, ma di imparare “che cos’è” la birra.

  37. Mi sembra un modo di ragionare un po troppo fazioso,
    A quanto ne so nessuno è nato birraio, e se c’è una scuola che ti può indirizzare
    in questo mondo è proprio l’agraria, quindi un “contadino” che vuole fare il birraio “forse” è un passo piu avanti di qualcun’altro.

  38. @ Mike Wazowski
    Tutto molto bello e poetico, ma in pratica bisogna imparare a coltivare l’orzo distico e come tale imparare a selezionarlo, poi bisogna imparare la maltazione (cosa per la quale sarebbe prevista una laurea), poi bisogna imparare a birrificare (per farlo davvero i corsi Italiani sono utili, ma non sufficienti) e prima ancora bisognerebbe imparare a berla la birra (diversamente uno come li capisce i pregi ed i difetti).

    Per imparare tutto ciò (cosa impegnativa, ma non impossibile), in Italia la vedo dura, sarebbe molto meglio andare all’estero (paesi birrari?) e quindi imparare una lingua. In alternativa reperire (dall’estero) dei professionisti, che si occupino della cosa o che perlomeno insegnino a farla.

    O investi tanto in formazione (anni) o investi tanto in know how. Ne varrà la pena? Sicuramente, come d’uopo in Italia, ci sarà chi come sempre si alzerà una mattina e vista la convenienza economica, si trasformerà magicamente in esperto coltivatore e selezionatore d’orzo, mastro birraio maltatore, mastro birraio titolare e cervoisier. l’Italia si sa è un Paese magico………CIAO.

  39. @ Cerevisia

    Quello che diceva Mike è che il punto di partenza dell’agricoltore è già più vicino al mondo della birra rispetto al mondo “altro”.

    In realtà non sono del tutto d’accordo.
    Sarebbe come dire che un agricoltore è per definizione un miglior cuoco rispetto a chi ha condotto studi specifici e a chi ha una passione per quella specifica professione.

    Sono invece d’accordo se si mettono a confonto gli imprenditori agricoli e gli imprenditori non agricoli che condividono la MANCANZA di tutti quei requisiti – passione, competenza, conoscenza – che possono fare la differenza nel produrre un prodotto degno di esistere. In quel caso l’agricoltore può essere avvantaggiato. Ma che tristezza!

    Il problema è che gli aiuti statali sono una droga.
    All’inizio stai bene.
    Dopo un po’ ne sei dipendente.
    Alla fine hai perso tutte le caratteristiche positive, ogni speranza di progredire, ogni amor proprio.

    Mi dicono che gli agricoltori non sono così…allora si dovrebbero trovare meccanismi diversi dall’assistenzialismo. Per me meglio il protezionismo, se proprio dobbiamo finire in -ismo. Ma in quel caso le leggi della libera concorrenza, seppur in un mercato chiuso, non sarebbero barbaramente trucidate.

  40. @ cerevisia

    A leggerti mi vien voglia di chiudermi in una scatola e non uscire piu (forse perche sono Italiano e non mi sento del tutto inferiore ai professori stranieri).

    Livingstone, vorrei vedere come stanno gli stranieri con le tasse, parli di libera concorrenza ma la devi guardare con un’ottica non solo rivolta all’italia ma a tutta Europa.

    Comunque quello che forse non vi è chiaro è che in italia ci sono delle aziende agricole che hanno TUTTE le possibilita di fare della birra eccellente e adesso che la birra puo essere prodotto agricolo magari ci faranno un pensierino, non è piu solo passione adesso puo essere anche business, volete un’esempio?

    Azienda agricola con 100 ettari coltivati a vigna e orzo…..
    in azienda ci sono gia, un’agronomo,un’enologo quattro persone in vigna e due in cantina hanno tutte le macchine per lavorare i campi hanno macchine che possono servire per vino e birra.
    Con un investimento di 200.000€ pari a un trattore o a un filtro a farina fossile e un birraio fisso o freelance del costo di 50.000€ all’anno arriva a produrre piu di 200.000 bottiglie se ci guadagna 1 euro a bottiglia (le tasse che un birrificio artigianale paga) in pochi anni si paga l’investimento e comincia a fare i soldini.

    considerando che quasi tutte le cantine in italia sono aziende agricole e piu di mezze possono tranquillamente soddisfare questi requisiti, io personalmente non la vedo cosi impossibile, se poi ci aggiungiamo che hanno tutte i loro canali commerciali
    la vedo molto probabile come cosa.

  41. La possibilità di fare una birra eccellente non è data dalle macchine, dagli investimenti o dai finanziamenti, ma dalle competenze. Noi in Italia siamo molto più competenti che all’estero su una sacco di cose e prodotti, ma ciò non si può dire sulla birra e non è pessimismo ma realismo.

    Sull’opportunità del business non si discute, il dubbio resta nel discorso qualitativo. Vista la qualità e la continuità qualitativa delle produzioni Italiane, che salvo rari casi, è piuttosto scarsa, introdurre nuove variabili complica non di poco il raggiungimento dell’eccellenza. Se oltre alle competenze birrarie, che già sono poche, aggiungiamo la necessità di avere competenze nella maltazione e nella coltivazione, che in Italia non ci sono ed è un dato di fatto, la qualità diventa ancor di più un miraggio, più di quanto non lo sia già.

    Poi si può fare tutto facile e dire che in Italia si produce ottima birra e presto si produrrà ottimo orzo, maltato altrettanto ottimamente. Tu ci credi? Io no. E te lo dice uno che avrebbe tutto l’interesse nell’affermare il contrario. CIAO.

  42. Sai come fanno all’estero a fare un’ottimo vino?

    Vengono in italia, prendono un’agronomo e un’enologo li portano al loro paese, li pagno profumatamente per 4-5 anni finche hanno insegnato ad altri dopo di che li tengono come consulenti esterni….. ti è chiaro il meccanismo?

    Se c’è il business anche i birrai muovono le chiappe, e fidati a molti piacerebbe venire a lavorare in italia.

    Fino ad oggi il problema non si poneva perche un microbirrificio guadagna poco piu di niente e chi lo apre lo fa solo perche ha passione e amore per il prodotto.

    CIAO

  43. Certo che so come funziona e se facessero così, cioè assumere esperti dall’estero, sarebbe fattibile. Solo che nei birrifici sino ad ora, tranne rari casi, non s’è fatto. Io stesso fornisco mastri birrai esteri per i miei clienti, figurati se non mi è chiaro il meccanismo.

    Il fatto che un microbirrificio guadagna poco o niente e che lavora solo per passione è una stupidaggine. Certo che se uno, come normalmente avviene, parte da una ricetta, che ritiene miracolosa, invece che partire da un buon business plan, sbaglia in partenza e rimane poi penalizzato.

    Figurati che nella maggior parte dei casi non ci si preoccupa nemmeno di conoscere la capacità produttiva dell’impianto (quanta birra si potrà vendere) che si acquista e da qui si evince quanto la cosa sia studiata e calcolata.

    Quindi se tanto mi da tanto anche per i birrai agricoli sarà la stessa cosa, il tutto all’insegna del fai da te. Solo che in questo caso si complicano ulteriormente le cose e quindi i risultati saranno ancora più disastrosi. Spero tanto di sbagliarmi, ma la vedo dura. CIAO.

  44. Più facile è che la cosa venga risolta all’Italiana:
    Usufruire dei contributi e delle agevolazioni
    Vendere in nero la propria produzione
    Avere la documentazione di cessione dei propri prodotti a terzi per la trasformazione (maltazione)
    Utilizzare le materie prime in commercio
    Produrre la propria birra evitando di complicarsi troppo la vita
    Si noti che non è un suggerimento, ma una previsione, non da mago Otelma, ma da commerciale. CIAO.

  45. Cere, ma non dovresti essere felice?
    Un sacco di impianti da vendere e tanti polli da spennare.
    Guarda anche la parte del bicchiere mezza piena, dai!
    Così ci intristisci.

    ….o forse il problema è che la birra agricola non si fa con gli estratti?

    :-DDDD

  46. Dovrei esserne contento se fossi, come pensi tu e come spesso mi definisci “venditore senza scrupoli”, ma non essendolo non è che non ne sia contento, solo che essendo realista ci vedo un sacco di problemi, che in effetti ci sono. Conoscendo le difficoltà di certe fasi di lavorazione non può che venirmi il dubbio che queste vengano poi risolte nel migliore dei modi.

    Ho già sconsigliato l’acquisto di diverse micromalterie, che ho in cataogo, perché messi davanti alle dificoltà i richiedenti hanno optato per soluzioni diverse.

    Gli estratti non centrano, per recuperare il mancato guadagno su una micromalteria o su un impianto completo (mulino, tino d’estrazione/ammostamento, ecc.) dovrei vendere l’estratto di malto per anni e anni. Quindi commercialmente è controproducente esporre le difficoltà ai clienti, ma primo non mi piace essere maledetto e secondo cerco di vendere soluzioni e non problemi.

    Che poi tu sia un malpensante diffidente e che nutri poca simpatia nei miei confronti lo sanno anche i sassi. Con affetto CIAO.

  47. @ Cere
    Ricambio i saluti e applaudo alla tua onestà.

    Il fatto è che la legge non obbliga ad avere una micromalteria-
    Non obbliga neanche ad avere un impianto di produzione birra.
    La birra potrebbe essere fatta produrre da terzi fornendo il nostro cereale maltato da…quarti.

    L’unico obbligo è quello del 51% della materia prima prodotta internamente.
    Ovvero Orzo o Frumento.

    Tutta la polemica sulla qualità è inutile, anche se unita alla redditività maggiore conseguenza del regime agricolo di tassazione, spaventa chi sarà “meno uguale degli altri”.

    Forse ha ragione il Cere. Sono un malpensante diffidente.
    Ma come disse il re dei politici all’italiana, a pensar male si fa peccato, ma spesso…

  48. Scusa se quando parlo di birra ne faccio una questione di qualità, ma sarà una deformazione professionale, ma per me in una birra artigianale è una caratteristica primaria.

    Andreotti aveva ragione, ma il metodo come vedi non è infallibile, visto non sempre c’azzecca.
    Se poi un agricoltore vuol semplicemente coltivare l’orzo da vendere a qualche birrificio o malteria, già lo fanno per Peroni, Heineken e compagnia bella. Se la richiesta ampliata dagli artigiani Italiani indurrà qualcuno a rivolgersi a questo mercato, spettarà agli artigiani stessi valutare il rapporto prezzo prestazioni di quanto proposto.

    Imparare la coltivazione è comunque più facile che imparare la completa trasformazione in prodotto finito.

    Non facciamo però il solito io e te, che qui non sono abituati, anche perché rischiamo l’OT. CIAO.

  49. cervisia, ma hai un link dove vedere le malterie che proponi?
    io in rete non trovo nulla.

  50. @ Cerevisia

    Non vado OT, rilassati, e non sono qui per renderti la vita difficile. A quello ci pensi già da solo.

    Se ho scritto delle cose su questo argomento è perchè ritengo che questa legge non sia vantaggiosa per noi.
    E prima di scrivere mi sono informato.
    Mi si può dire che ho frainteso, che non si è d’accordo con le mie conclusioni ma non mi si può dire che non mi sono preparato la lezione.

    Leggendo i vari commenti, e non mi riferisco solo a Cerevisia, mi è venuto il sospetto che gran parte degli interventi siano stati fatti senza neanche leggere il testo della legge. Senza preoccuparsi di verificare se esistessero realtà già operative che producono birra agricola. Malterie che già producono per questi agricoltori. Senza preoccuparsi di verificare le proprie idee prima di contestare quelle degli altri.

    Il filo conduttore del mio pensiero sulla birra agricola è semplicissimo.
    A prescindere da tutte le filosofie gli aiuti di stato distruggono il libero mercato.
    Sempre e comunque.

    Se tutte le micro industrie compresse dal peso del legislatore europeo e dalla politica dei prezzi della grande distribuzione, avessero ricevuto aiuti di stato sarebbero comunque defunte.
    L’azione di valorizzazione del prodotto (presidi) svolta, per es. da Slow Food ha invece avuto un impatto rivoluzionario e drammaticamente efficace. I prodotti sono di qualità ottima e i produttori sono salvi. Senza che lo stato dovesse spendere una lira.

    Il problema ci tocca molto da vicino.
    L’aiuto di stato arriva a drogare il mercato nel quale noi ci muoviamo.
    A cambiare le regole nel mondo che noi amiamo.

    E noi, qui, a parliare di filosofia….

  51. @ Mike Wazowski
    prova su mondobirra.org

  52. ho guardato attentamente mondobirra.org
    ho guardato tutti i siti dei costruttori, ho anche trovato uno che ha una malteria ma non sei tu……

  53. Mandami una e-mail e riceverai il catalogo. Potevo essere più esplicito, ma non vorrei essere accusato di spam. C’è l’e-mail, c’è il telefono e c’è pure il cellulare, chiedi e ti sarà dato. CIAO.

    • salve,

      ho letto i commenti della chat e sarei interessato ada apporfondire l’ argomento . Sto inizizando con la parte normativa ma mi interserebbe apporfondire anche l’ aspetto economico. Visto che ho letto che per lei è possibile inviare un catalogo delle attrezzature che potrebbe vendere, se non le è di disturbo, potrebbe girarmi una una copia. Se possibile , inoltre , se dovesse disporre di materiale informativo sull’ argomento gradirei molto se me lo girasse .
      Nel ringraziarla anticipatamente , porgo distinti saluti.

  54. @walter
    mi sono informato oggi alle dogane, l’accisa si pagherà eccome, a loro non interessa che siano birrifici agricoli o commerciali, il plato è plato e si paga.poi quei teorici 30mila euro di sicuro li spenderai in terzisti per la coltivazione del fondo ecc.
    Non crediate che i Birrifici agricoli faranno i soldi…

  55. @ Mauro

    Forse dovresti leggerti meglio l’intervento di Walter.
    Unica omissione l’IVA che, pur pagandosi, è ridotta al 10%.

    Ma a chi fa continuamente paragoni tra il costo del vino e quello della birra dico di provare a considerare cosa vuol dire regime agricolo. E il vino ha anche l’accisa fissata a ZERO:

    Per fortuna vedo che qualche associazione di categoria si è espressa.
    http://www.winenews.it/index.php?c=detail&id=20752&dc=58&bn=2

    Naturalmente da parte dei birrai silenzio assoluto.
    Forse perchè pensando di essere più furbi del panettiere medio stanno già pensando come sfruttare a loro favore la nuova legge.
    Per eliminare la concorrenza.
    Magari tra quelli che ci stanno pensando anche alcuni di quelli che dovrebbero rappresentare gli interessi della catregoria.

    Inutile fare scommesse su chi sarà il primo a cavalcare la tigre.
    Fin troppo facile da immaginare…
    Anche perchè dopo che ne hai cavalcate tre o quattro la successiva sembra sempre più docile.

  56. Ciao Franco,
    scusa se come sempre intervengo creando dei simpatici siparietti fra noi due.
    I birrai stanno zitti fino ad un certo punto.
    Unionbirrai è al lavoro dal giorno della ufficializzazione del D.M. in oggetto.
    Coloro che comunicano con noi, ovvero gli associati che se ne sono interessati, sono al corrente.
    I comunicati ufficiali seguiranno a fine studio della situazione.
    Un saluto

  57. Ciao Simone,
    prima di scrivere ho verificato se sul vostro forum ci fosse qualcosa.
    Ho poi volutamente scritto “birrai” e non “Unionbirrai” perchè la categoria non si esaurisce con i vostri associati.
    Coda di paglia?

    Ad oggi posso tranquillamente dire che I BIRRAI TACCIONO.
    Quello che poi succede nella vostra cameretta ovviamente non mi riguarda, altrimenti avreste intavolato una pubblica discussione.

    Ma stai tranquillo che il comunicato che prometti sarà soft.
    Come tutti quelli che hanno preceduto.
    Fino a farci chiedere….ma UB esiste o è uno scherzo?

  58. Nessuna coda di paglia credimi. Mi sarò immaginato nel tuo intervento un riferimento ad associazioni di categoria.
    Mi dispiace contraddirti, i birrai tacciono sui forum, come forse avrai notato.
    Il mio telefono funziona e di attenzione all’argomento secondo me ce n’è.
    In ogni caso c’è per Unionbirrai che, ridendo e scherzando davvero poco, rappresento.
    Sono tranquillo sul fatto che una presa di posizione sull’argomento ci sarà, e sarà in linea con il dibattito che si creerà all’interno della associazione, non delle camerette.
    Perchè, sempre a proposito dei comunicati di cui parli, temo che parliamo di due basi diverse.

  59. Non ho capito molto di questo ultimo messaggio ma visto che ci sei e rappresenti alcuni birrifici voglio farti una domanda – in topic – precisa.

    Il decreto ministeriale in oggetto pone le basi per una concorrenza su basi non paritetiche oppure no?
    Oggettivamente, s’intende, non secondo quelli che ti telefonano.

    Ovvero, state facendo studiare l’impatto nel medio e lungo termine di una legge come quella in oggetto a qualcuno in grado di dare risposte oggettivamente attendibili o vi limiterete a riportare, come in effetti dici, il semplice risultato del dibattito interno all’associazione?

  60. Evidentemente non ci capiamo.
    Sorvolo sull’ironia: non mi diverto ed abbiamo una certa età.
    Parlo, e spero sia chiaro, di uno studio tecnico sulle conseguenze che avrà sul mondo della birra artigianale in Italia il decreto in oggetto.

  61. Un’altra domanda.
    Renderete pubblico il risultato dello studio?

  62. @Livingstone. Certo.

  63. io sono anni che aspetto di poter fare la birra con il mio orzo ma ora che la legge lo consente non trovo una malteria seria che mi malti il mio orzo e mi restituisca il malto ma quello mio

  64. io sono agricoltore, poca produzione, poco guadagno, tanto e tanto lavoro, non solo di forza ma di penna….carte da compilare, permessi della forestale, del comune, edilizia, controlli asl, camera commercio, banca, ….la qualità non c’entra con il mestiere effettivo della persona! posso essere un birraio che non usa norme igieniche, che non ha l’attrezzatura adeguata, che non capisce nulla di birra, e posso essere un agricoltore con mani abili e palato fine e fare un buon prodotto. con questo decreto, e con tutti gli altri, ci mangerà sopra chi lo ha sempre fatto perchè questo è il suo modo.
    questa può essere una buona occasione per chi produce birra già artigianalmente di farlo presso un’azienda agricola, di istruire chi si sta cimentando e portare un prodotto agricolo nuovo a un buon livello. ad ogni modo non pensiate che produrre una birra in un’azienda agricola sia più economico, anzi….per piccole produzioni coltivare orzo è una coltura in più che bisogna curare, maltare sono costi se ci si appoggia a qualcuno, farlo ancora di più, e ricavare l’ennesima sala lavorazione (perchè sembra che ogni prodotto necessiti una sala lavorazione a volte incompatibile con altre produzioni) sono costi, altri permessi, altri sopralluoghi…ecc.
    buon lavoro a tutti

  65. @tululù
    Sai cosa è peggio di “poca produzione, poco guadagno, tanto e tanto lavoro, non solo di forza ma di penna….”
    Peggio è poca produzione, poco guadagno, tanto e tanto lavoro, non solo di forza ma di penna….e pagare le tasse.
    Sai cosa è ancora peggio?
    Poca produzione, poco guadagno, tanto e tanto lavoro, non solo di forza ma di penna….pagare le tasse e avere concorrenza da produttori che operano in regime fiscale diverso con vantaggio enorme sul posizionamento del prodotto sul mercato.

    Eh, caro Orwell….

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