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Anche i birrai belgi contro il fenomeno delle beer firm

Allo Zythos ci sono sia birrifici che beer firm, ma quest'ultime sono identificate in modo diverso
Allo Zythos ci sono sia birrifici che beer firm, ma quest'ultime sono identificate in modo diverso
Allo Zythos ci sono sia birrifici che beer firm, ma quest'ultime sono identificate in modo diverso
Allo Zythos ci sono sia birrifici che beer firm, ma quest’ultime sono identificate in modo diverso

In queste ore sta facendo il giro del web (quantomeno di quello birrario) una lettera pubblicata sul quotidiano belga Le Soir e firmata da alcuni tra i più importanti birrai della nazione, tra cui Yvan De Baets, Jean Van Roy, Kris Herteleer e Jef Van den Steen. Il documento è una pesante critica al fenomeno delle beer firm, che in Belgio è sempre esistito ma che in tempi recenti ha raggiunto dimensioni ragguardevoli. Il testo, tradotto in inglese sul sito Belgian Beer & Food, è molto interessante perché in qualche modo vicino alla nostra più recente realtà brassicola: anche in Italia, infatti, i produttori senza impianto di proprietà stanno spuntando come funghi, determinando una situazione che in molti cominciano a non condividere pienamente. E così anche da noi, al pari di quanto emerge dalla suddetta lettera, sono spesso i birrifici stessi a diventare i maggiori detrattori di questa nuova moda.

Ma cosa ha spinto i birrai belgi a sottoscrivere quel documento? I motivi sono spiegati chiaramente, sebbene forse in modo un po’ troppo drastico. Ecco i passaggi più significativi:

[…] In molti casi questi birrifici imprenditoriali sono fatti di persone che non sono birrai, né possiedono esperienza o capacità, o entrambe. Il primo segno del loro business è uno splendido sito web. Non meraviglia il fatto che conoscano i social media, abbiano contatti importanti e le loro storie finiscano sui mass media. […]

Non c’è niente di nuovo in questo fenomeno. Birre con nomi familiari al pubblico medio sono vendute da birrifici falsi da anni. Ma la situazione è peggiorata drasticamente negli ultimi anni, poiché la manipolazione dei consumatori attraverso i mezzi di comunicazione ha raggiunto livelli senza precedenti. […]

Una delle cose che ci sconvolge maggiormente è che questa gente sta respingendo completamente il concetto di “craft”, che nelle loro mani diventa completamente privo di significato. […] In questo scenario non c’è spazio per l’artigiano, lo spirito creativo, che sviluppa idee proprie, che possiede un reale talento e che lavora per condividere le sue creazioni con il pubblico. […]

È curioso poi notare quanto contraddicano la nozione di impresa, che implica l’idea di rischio economico e sacrificio personale. Qui non c’è niente di tutto questo, nessuna riflessione circa l’opportunità di investire in macchinari. Semplicemente una questione di feeling con il mercato e un’attesa paziente di qualche milionario, qualche banca o qualche credulona attività di investimento collettivo capace di fruttare i fondi necessari. Questi non-imprenditori hanno un altro vantaggio: se un birrificio fallisce, a loro non costa nulla. Chiaramente siamo al cospetto di un caso di concorrenza sleale nei confronti dei birrifici autentici.

È inutile specificare che queste pratiche hanno inoltre effetti negativi sulla standardizzazione del gusto delle birre belghe, perché i birrifici che producono queste birre per conto terzi finiscono per mettere il loro personale timbro su ogni produzione.

La lettera continua poi su argomenti analoghi, ricorrendo ai medesimi toni. Credo che molti di voi che si trovano a operare nel settore brassicolo concordino con quanto riportato poco sopra – a meno che chiaramente non possediate una beer firm 😛 . In effetti i problemi sollevati dai birrai belgi sono reali e condivisibili, ma secondo me espressi in maniera fin troppo talebana. In altre parole se il fenomeno affrontato merita realmente un’attenta riflessione, è anche vero che in diversi passaggi il documento appare troppo generico, dipingendo uno stereotipo di beer firm che trova riscontro solo in alcune fattispecie.

In Belgio, così come da noi, non tutti i produttori senza impianto rientrano nel profilo descritto poco sopra. Esistono anzi molti birrai talentuosi che realizzano birre eccezionali e conoscono perfettamente la cultura brassicola internazionale, ma che non possiedono un loro impianto. Sono realtà importanti, che contribuiscono alla crescita del movimento e che quindi portano vantaggi anche ai veri birrifici. In questo caso lo strumento della beer firm permette l’espressione di un talento che altrimenti rimarrebbe inerte.

Allo stesso modo un’azienda con un sito web curato, una continua attività sui social media e una visibilità sui mezzi di comunicazione non necessariamente è un male, anzi. È una visione alquanto conservatrice, che dimentica che spesso la trascuratezza di certi elementi è l’anticamera per una trascuratezza anche a livello qualitativo.

Insomma, mi sembra che dalla lettera emerga una posizione a tratti isterica, che in questo aspetto mi ricorda l’analoga polemica in atto in Italia. Con la differenza che in Belgio il fenomeno delle beer firm è molto più ampio di quello italiano, con un paio di birrifici che monopolizzano (o quasi) il mercato dei contoterzisti – in particolare De Proef e Anders. A questo si aggiungono i secoli di tradizione brassicola alle spalle, che chiaramente fanno percepire questa importante novità in maniera totalmente destabilizzante.

La questione delle beer firm continuerà a tenere banco nei mesi a venire, definendo una curiosa situazione: i birrifici che permettono loro di operare appartengono alla stessa categoria che più di ogni altra si sta scagliando contro il fenomeno. E le critiche, come detto, quasi mai tengono conto delle diverse realtà che popolano il mondo dei produttori senza impianto.

Se, come riporta la famosa lettera, i consumatori sono esposti a una vera e propria truffa, allora bisognerebbe cercare di risolvere il problema volgendo lo sguardo a questi ultimi. Come proposto in passato, si potrebbe cominciare col negare alle beer firm l’uso nel marchio del termine “birrificio” e obbligarle a riportare espressamente in etichetta l’impianto utilizzato per le cotte. Non saranno interventi risolutori in maniera definitiva, ma già così si limiterebbero i margini di ambiguità.

Che ne pensate?

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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36 Commenti

  1. Sono titolare di una beer firm con 250.000 hl annui di capacità. A chi ha comprato l’impianto, io non l’ho ancora fatto mi sarebbe costato un capitale, sta sulle scatole, chi riesce a fare impresa, non senza investimenti, ma senza l’acquisto dell’impianto. Poi per dare un senso a ciò che, molto spesso hanno erroneamente comprato, producono conto terzi.

    Cioè prima critichi un modo di fare impresa, poi per dare un senso alla tua, ti promuovi come produttore conto terzi. Sono stupidaggini belle e buone, continuiamo a giudicare le birre per ciò che ci ritroviamo nel bicchiere. Poi se è un birrificio, una beer firm o altro, poco importa, ciò che conta è la qualità della birra, il resto è fuffa.

    Sul fatto che una beer firm non investa è fantasia bella e buona, se conto gli investimenti fatti, con lo stesso capitale avremmo potuto comprare un piccolo impianto, certo non della capacità produttiva di cui disponiamo. Ma si contino etichette, collari, retro etichette, per sette tipi di birra, tappi personalizzati, mezzi di trasporto personalizzati, centinaia di fusti usati, bicchieri personalizzati, sottobicchieri, impianti di spillatura in comodato d’uso, banner, cataloghi, ecc. Dopo aver speso tutti questi soldi, non mi si venga a dire che le beer firm non investono.

    • 250.000 HL annui?….cioè 25.000.000 litri?….25 milioni di litri?……

      complimenti!!!

      ….credo però che l’articolo si riferisca a quelli più piccoli…agli artigianali….non ad una piccola industria birraria……

      certo investire in tappi ed etichette, addirittura per 7 tipi di birra non è poco…..

      • ….urca non avevo notato anche le retro etichette…..

        • Una beer firm è una beer firm, i prodotti non sono artigianali in base al volume di produzione, ma in base al sistema produttivo. E’ poi inutile fare del sarcasmo, 700.000 etichette, collari e contro etichette, 700.000 tappi, 5.000 cartoni, 3 furgoni nuovi e sponsorizzati, 350 fusti, 3.000 bicchieri e non mi dilungo, ci vogliono dei bei soldini, anche senza impianto. Ti distingui sempre per l’intelligenza delle tue osservazioni.

          • pensi che non nn facciamo etichette?…vendiamo nei secchi?…..

            vediamo qualche numero che dici…..

            700.000*0,02=14.000 (fronte retro)
            5.000*0.25=1.250(con logo)
            3*20.000=60.000 (comprati cash e nn in leasing altrimenti dividi per 10!!!!!!!)
            350*50=17.500 (fusti inox 30lt)
            3.000*0.70=2.100 (serigrafati)
            totale 80.250…..a meno che alla mia intelligenza non sfugga qualcosa………….neanche io mi dilungo, scusa

            Se vuoi parlare di investimenti, accomodati…ma in altra sede più “on topic”

            Norberto (o altri nascosti), io , come vedi,sono Free Lions, tu che birra vendi?

            N.B. Lascia fare l’intelligenza altrui che qui non ha proprio senso…..

          • Matematica 6-.

          • premesso che non faccio parte dei talebani delle artigianali e che bevo con gioia birre buone e basta (industriali e artigianali italiane o estere che siano).. ma con 250.000 hl saresti l’8° operatore del mercato italiano (dietro HK, Peroni, Carlsberg, Castello, Inbev, Forst, Royal Unibrew).. i 400 e passa micro birrai italiani se va bene fanno in totale 3-400.000 hl.. i 3 che hanno fatto il salto sono BDB, Baladin e forse Brewfist (con circa l’un per l’altro 10-15 mila hl a testa), poi forse i Mastri Birrai Umbri con altri 10-15 k hl (non giudico il prodotto, ma consideriamoli nell’ambaradan), poi ci sono i Vecchiato con un potenziale di circa 25 k Hl con la Birra Antoniana (+ i vari investimenti fatti in Italia e all’estero di supporto a birrifici per distribuire / importare /esportare i loro prodotti in Italia).. ma sei sicuro dei 250.000 hl? Sono due volte e mezza Menabrea.. se sì sei un mito.. cambierei in nick in Il Grande Birraio Sconosciuto! .. a meno che non sei uno dei grandi Importatori Distributori (ma se è così non mi definirei una beer firm perchè le birrerie ti fanno pagare l’adattamento dell’artwork dei cartoni / etichette per poter distribuire in Italia il loro prodotto..)

    • belìn 250.000 HL? quasi 2,5 brewdog….

  2. Molto interessante l’ultimo spunto che davi. Anche senza entrare nel merito di questo articolo, riportare l’impianto di produzione sarebbe un’informazione molto utile, anche “solo” ai fini della tracciabilità!
    Detto questo che dire.. io non conosco quasi per nulla la situazione produttiva in belgio. Per quanto riguarda la “mia” zona (lombardia) trovo però che la polemica sia veramente insulsa.. Se davvero fosse così “fastidioso” produrre birre per altri basterebbe semplicemente rifiutarsi di produrle.
    Concordo, con i dovuti distinguo come dicevi tu, che forse essere una beer firm fa perdere (almeno in parte) il concetto di artigianalità. In ogni caso mi sembra che questa sia solo una polemica “economica”. I birrifici/beer firm sono ormai così tanti che mi sembra si stia arrivando alla saturazione del mercato e da qui il falso problema delle beer firm. Questo è veramente un peccato perchè, per le esperienze che ho avuto, mi sembrava che in questo ambiente ci fosse molta collaborazione tra birrifici (almeno tra alcuni).
    Saluti, matteo.

  3. Hai già detto tutto tu, un conto chi manda fax con ricette o chi si avvale di impianti dove non ha piena libertà d’ azione, altro conto chi brassa di persona.
    Sull’ etichetta andrebbe riportata la dicitura (e alcuni lo fanno ovvio) ”prodotta e confezionata nell’ impianto tal dei tali” oppure ”prodotta e confezionata per conto di tizio nell’ impianto caio” se il beer firmer non ha brassato lui.

    • Non “andrebbe”, “DEVE”. Il Decreto legislativo 109 del 1992 e successive modifiche definisce come OBBLIGATORIO riportare, tra le altre informazioni in etichetta:
      “nome o ragione sociale del produttore e sede dello stabilimento di produzione”, non quello della beer firm.
      Chi non lo fa è fuorilegge.

  4. Cito Gordon Gekko quando parla a Bud Fox in Wall Street.

    “Io non creo niente: io posseggo. E noi facciamo le regole: le notizie, le guerre, la pace, le carestie, le sommosse, il prezzo di uno spillo. Tiriamo fuori conigli dal cilindro mentre gli altri, seduti, si domandano come accidenti abbiamo fatto. Non sarai tanto ingenuo da credere che noi viviamo in una democrazia: vero, Buddy? È il libero mercato, e tu ne fai parte: sì, hai quell’istinto del killer…”

  5. Appoggio la maggior parte delle osservazioni, compresa quella sugli stessi birrai che concedono alle stesse beerfirm di produrre.
    Però mi fa strano che lo stesso De Baets faccia sia “firmatario” dell’appello quando in passato invece De La Senne brassava da De Ranke…o sbaglio?

    • Andrea Turco

      Tra l’altro al Restobières abbiamo bevuto un’ottima birra, che se non ho capito male è di una beer firm di uno dello staff di De La Senne, che la brassa lì. Produzione splendida, che sarebbe un peccato non poter bere solo perché prodotta da una beer firm

  6. Tralasciando per un attimo tutti i, dovuti, commenti sul fenomeno delle beer firm e sulle loro implicazioni… Io penso che in questo campo, così come in tutti gli ambiti lavorativi, basterebbe un minimo di onestà. Vuoi fare la tua birra da TizioCaio? La tua è anche una buona birra? Amen: dichiaralo (in modo esplicito: il Cod. Accisa lo sappiamo leggere tutti) ed io sarò contentissimo di berla e di PAGARLA. Insomma io sarei propenso anche a non utilizzare il termine “birrificio” e ad adottare una dicitura diversa.

    Esistono tante persone che hanno un impianto (si definiscono birrifici) e che fanno prodotti imbevibili; esistono tante realtà senza impianto (beer firm) che fanno davvero ottime birre; esistono coloro i quali hanno un impianto ed hanno i soldi e pagano un Mastro che sappia lavorare bene; esistono birre che si definiscono artigianali e sono filtrate/pastorizzate.

    Il succo del mio post (scusate la lunghezza): siamo onesti con il consumatore, sarà poi lui a scegliere e giudicare 😉

  7. Come dici giustamente tu ci vuole un po’ di equilibrio. Conosco beer firm di appassionati, bravi e competenti e che nonostante tanti sbattimenti non si arricchiscono certo facendo birra, così come conosco tanti birrifici messi in piedi da qualcuno con qualche soldo da parte e scarsa competenza e passione.
    La discriminante per me, consumatore, è sempre e solo la qualità del prodotto.

  8. Penso che le beer firm abbiano scassato abbastanza la minchia 😀

  9. Sono il titolare di un beerfirm e ben conscio, perchè l’ho già letta in più posti, della polemica. Ma come hai scritto nel post, spesso le polemiche sono talebane e, in genere, con gli assolutismi non vado d’accordo. Per onestà verso i birrifici e verso i consumatori, non mi sono voluto chiamare birrificio (non lo sono e non voglio essere ingannevole) e scrivo da chi produco (ma a volte lo stesso birrificio mi propone di scrivere solo il codice accisa).
    Le ricette le creo io, ho presenziato a tutte le cotte interagendo con il birraio e ho ben chiaro dove intervenire nella ricetta. L’idea è fare una birra di ottima qualità e soprattutto senza difetti (nei festival non mi dite che birre di birrifici ne sono esenti…) e mi impegno a fondo perchè sia così. Il passo successivo sarà quello di utilizzare io stesso l’impianto che mi viene gentilmente messo a disposizione, sto studiando e ne devo prendere confidenza (dato che spesso sono diversi), ma l’intenzione c’è eccome perchè mi sento zoppo. L’ultimo step vorrebbe essere quello di passare da beerfirm a birrificio.
    Perchè non l’hai fatto subito direte voi? Per motivi economici, e basta. In questo momento non mi sono sentito così sicuro di fare un investimento voluminoso, voglio avere la certezza di esserne capace, di essere in grado di fare dell’ottima birra, e dato che nessun birrificio mi avrebbe assunto l’unica via è il beerfirm.
    Non ho investito come se avessi aperto un birrificio, ma ci ho investito abbastanza, considerando anche che la birra, facendola da altre parti, mi costa ovviamente un po’ più cara rispetto ad un birrificio. Oltre a tutto quel che ha scritto Normanno nel primo commento.

    Penso solo che si debba essere onesti, e fare dei prodotti validi. Ricchi non si diventa di certo.

  10. Cenzo Zerottanta

    Anche io tralascio le doverose e sacrosante premesse.
    A Bari si dice “la munge e la punge”. Se i birrifici chiudessero le porte ai contoterzisti il caso sarebbe chiuso. Punto.
    Ci sta anche che tra i firmatari molti facciano proprio così… ma a qiesto punto “il professore ” che c’entra?
    Comunque l’articolo generalizza un pò troppo e giustamente Andrea lo faceva notare. Non è che tutte le beer firm siano portate da squali finanziari che se ne infischiano di quello che il birrificio gli propini badando solo alla pubblicità.
    iniziamo a fare dei distinguo in base all’onestá intellettuale e professionale: chi si chiama birrificio ed invece non lo è? Chi sa come son fatte? Chi ci mette le mani? Chi ci mette il nome del birrificio dove produce invece di un ermetico codice accisa. Ma sopratutto: cii sarebbe in grado di riprodurre la stessa birra cambiando impianto e padrone di casa ?
    Io ho una beer firm, ma che non abbia un impianto mio e stabile te lo scrivo bello chiaro sul fronte di ogni etichetta.
    Quanti bladonatissimi per un motivo o per l’altro hanno iniziato su impianti altrui? Sono tutti squali diventati di colpo bravi artigiani o forse qualcosina la capivano anche loro?

  11. Cenzo Zerottanta

    Perdonate gli orrori di battitura… ma sono dal cellulare mentre vado da un birrificio all’altro per seguire le fermentazioni.

  12. …io nn commento, dico solo una cosa…è vero De la senne prima era un beer firma. E poi volevo fare una domanda…vi ricordate quando all’inizio i primi birrifici producevano, e nn è che le loro birre fossero conosciute e acquistate come adesso…ancora nn era così diffuso bere birra artigianale…ancora nn eri FICO se bevevi birra artigianale 😀 beh vi ricordate? I birrifici avevano l’affitto e il mutuo da pagare…Tho’…chi pagava l’affitto quando gli affari nn andavano bene? I beer firma…con i loro investimenti di cui parlano tanto! NON DICO ALTRO! A ogniuno il suo…sempre tutti a puntare dita e a lamentarsi…bevete un altro sorso e rilassatevi! ALLA SALUTE!

  13. “Il primo segno del loro business è uno splendido sito web. Non meraviglia il fatto che conoscano i social media, abbiano contatti importanti e le loro storie finiscano sui mass media.”

    Solo per quest’affermazione meriterebbero – opinione personale – di non ricevere un briciolo di attenzione. La critica verso un modo di fare birra diverso ci sta sicuramente, ma inutile aggiungere punti palesemente sbagliati tanto per buttarla sul drammatico.
    Per il resto condivido quanto dici tu, Andrea: fa specie sentir muovere critiche da chi è partecipe diretto di queste nuove realtà, mentre quelle da te proposte potrebbero essere soluzioni adeguate. Soprattutto il “riconoscimento” in etichetta del nome degli impianti che hanno ospitato la produzione, del quale ne ho parlato anche sul mio blog.

  14. Mi fate una cortesia?
    Fate saltare le teste di chi si nasconde dietro la dicitura “BIRRIFICIO” ma di fatto non lo è, non dichiara il luogo di produzione, imbottigliamento ecc… e viviamo tutti felici.
    Ci vuole solo buon senso ed onestà intellettuale.
    Io per primo scrivo: prodotto e confezionato da “stabilimento X” e addirittura di “Pinko Pallino”. Più chiari di così…

    E poi:
    “Il primo segno del loro business è uno splendido sito web. Non meraviglia il fatto che conoscano i social media, abbiano contatti importanti e le loro storie finiscano sui mass media.”
    Questo significa che un birrificio vero che si smazza DEVE essere sfigato????

    Buona bevuta
    Luca

  15. La polemica sulle beerfirm e’ una cagata pazzesca:
    – ho visto birrai completamente inesperti aprire un birrificio dopo 20 cotte da HB e brassare birre scadenti.
    – ho visto beerfirm (magari brassate da birrai terzi) fare prodotti eccelllenti.

    in quale bottiglia c’e’ della ottima birra fatta da un vero birraio?

    in effetti e’ difficile trovare una beerfirm che fa pessima birra, mentre non e’ cosi’ difficile il contrario.

    solo qualche esempio che conosco nel mio piccolo: Via Priula e ToOl: sticaxxi!

    La polemica c’e’ perche molti birrifici sono invidiosi del successo di chi ha investito meno ed ha piu’ successo.

    • Andrea Turco

      Sul fatto che sia difficile trovare beer firm che fanno pessima birra mi trovi totalmente in disaccordo. Bastava farsi un giro al Rhex quest’anno.

    • secondo il tuo ragionamento in italia ci sono molte beerfirm ottime e molti birrifici scadenti? Io ho assaggiato birre scandenti di birrifici e birre scadenti di beerfirm…molte di più delle beerfirm. Non prendere ad esempio Mikkeller e To Ol che sono casi rari e pure loro fanno birre a volte di merda.
      poi mi chiedo…iniziamo a fare una distinzione di chi si fa il mazzo, ricette ed esperienza come HB ma non ha possibilità di aprirsi un proprio birrificio e chi invece cavalca l’onda del momento, brassa da altri e lo fa per soldi. Molte Beerfirm per me sono nate a questo scopo. Il problema sono i birrifici che permettono di far brassare da loro. Lo capiscono…devono pur campare…ma alcuni fanno più conto terzi che birre proprie…Poi ancora…mi direte quali birrifici vi lasciano usare l’impianto e si vanno a mangiare una pizza nel frattempo. Non si ha la completa autonomia..e ci mancherebbe aggiungo io. Quindi quanto di quello che beviamo è frutto della ricetta della Bf?

  16. Le Beer Firm non fanno Birre …….le comprano e le vendono ! E’ tutto semplicemente qui. Ed è Legittimo.
    Quello che io personalmente (ma anche i produttori Belgi che hanno firmato l’appello) non amo è la “truffa” di farsi chiamare Birraio o Birrificio.
    Birrai un par di ciufoli……far birra non è solo fare una ricetta e partecipare alle fiere…ma è un qualcosa di estremamente più complesso sia dal punto di vista tecnico che imprenditoriale.

    Basta con le truffe….tutto qua…. e hanno ragione.

  17. Non svegliate il cane che dorme!!!
    Mi occupo di commercializzazione di birra artigianale con un mio marchio, da quasi 5 anni.
    Quando ho iniziato ignoravo l’esistenza di questo termine inglese “beer firm”!
    Fin da subito ho preferito esternalizzare e incaricare terzi per le produzioni, coerentemente con la mia filosofia aziendale.
    Credo che le beer firm (che spesso semplicemente sono delle private label) rivestano un ruolo fondamentale e molto influente per la diffusione della cultura birraria, essendo leader in alcune zone e in alcuni canali commerciali.
    In Salento, per esempio, se ne contano 10 contro un unico birrificio (che non credo faccia produzioni per terzi)!!!!!!!
    Le beer firm, come i birrifici, hanno il dovere di diffondere una sana cultura della birra artigianale, prodotto che è inconcepibile sia di scarsa qualità perché ciò andrebbe a discapito di tutto il sistema.
    Io sento la responsabilità di tutto ciò, la stessa che mi spinge a fare (o a farmi fare) ottime birre!!
    Credo che siamo al limite con queste polemiche e che le beer firm (anche grazie ad adeguate strategie commerciali e di marketing) possano tranquillamente avere un ruolo decisivo nel settore (sia nel bene che nel male). Non escludo che potrebbero associarsi, o ancora andare a produrre all’estero (come già accaduto). Quindi… non svegliate il cane che dorme…

  18. Come se non bastassero le beerfirm, adesso ci sono pure i “pub beer firm” (non saprei come definirli), i locali che commissionano le cotte a loro nome.

  19. Birrifici prima affittate le attrezzature e poi rosicate ! Ma che cazzate sono queste ?? Fatevele da
    soli le birre rega tanto è una cazzata!!!

  20. Quoto @Pontino il fatto di avere fermentatori e maturatori liberi andrebbe considerato a modi’ fare impresa, che da noi in italia è già cosa difficile,se con la propria linea lavorano 325 giorni l’ anno ( anche i birrai vanno in vacanza) basta dire no.
    Alcune beer firm portano capitale in un azienda.
    Gli accordi vengono presi dai singoli, se ci si guarda in faccia, ci si stringe la mano e arriva il bonifico artigiano=imprenditore e viceversa.
    buona birra firmata !

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