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Viaggio oltreoceano: assaggi e prospettive per il futuro della birra australiana

Nella seconda parte del racconto sul mio viaggio in Australia ho illustrato la composizione organizzativa del movimento birrario locale. In questa terza ed ultima sezione, passerò alla descrizione degli assaggi fatti in loco e a un’analisi stilistica. Infine darò le mie impressioni sul futuro del movimento craft australiano.

Un’analisi stilistica e critica

Nelle prime due parti dell’articolo ho descritto e dato credito a un movimento in forte crescita. Un movimento che ha compiuto grossi passi in avanti per la crescita ed il supporto della birra considerata craft. Nonostante gli sforzi, tuttavia l’impressione avuta è che ci sia ancora tanto da fare per “alzare l’asticella della qualità”. Su questo aspetto infatti ho maturato diverse perplessità. Dal punto di vista prettamente stilistico non esiste uno stile di riferimento che caratterizza l’Australia birraria, tanto che la rappresentazione propriamente stilistica è legata perlopiù alla tradizione anglosassone/americana. La tendenza attuale rimanda alle numerose American Pale Ale ed American Ipa caratterizzate dalle “ruffiane” luppolature americane. Una variante stilistica potrebbe essere rappresentata dalle Australian Ipa con luppoli australiani, ma si tratta pur sempre di una forzatura ed un richiamo al mondo americano.

Nonostante i progressi compiuti nella coltivazione di nuove specie di luppolo, è curioso non trovare nei fatti un riscontro anche in termini stilistici che si rifaccia alla tradizione brassicola locale. Tuttavia sono state davvero poche le birre che ho potuto apprezzare in termini di freschezza, carattere e pulizia. Questo chiaramente mi fa pensare a una scarsa preparazione da parte dei birrai locali, in quanto la maggioranza delle birre assaggiate non era all’altezza delle aspettative.

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Birre degustate

Riguardo alle birre degustate ho avuto modo di poter colmare il gap che avevo per le birre dei produttori australiani. Nonostante il numero esiguo di produttori presenti in tutto il continente, si riesce a trovare qualcosa di discreto e in alcuni casi che va oltre la qualità considerata media. Purtroppo, però, per la stragrande maggioranza non posso spendere parole di elogio.

Per quanto riguarda i produttori da segnalare ricordo con piacere Hawthorn brewery, Koinda, Holgate brewhouse, Kaiju, Exit brewing (anche se penso che qualche altro mi sarà sfuggito). Alcune delle loro birre le ho trovate corrette, in alcuni casi rispondenti perfettamente alla caratteristiche stilistiche riportate in etichetta. Sfortunatamente, però, ribevute successivamente mi hanno lasciato perplesso e questo certamente mi fa pensare a un problema di costanza produttiva.

Malgrado ciò un punto a favore va alla conservazione delle bottiglie. Seppur sia molto semplice trovare bottle shop con birra artigianale, non è scontato trovare una corretta gestione delle bottiglie anche nella grande distribuzione. La conferma si trova nelle numerose vetrine frigo dedicate che si accompagnano a un grande ordine di scelta in base allo stile sugli scaffali. Ulteriore dettaglio da non trascurare: le basse fermentazioni (che sono più delicate e non dovrebbero rompere la catena del freddo) le ho trovate quasi sempre in frigo. Questo mi dimostra un minimo di attenzione e preparazione anche da parte degli operatori nel settore.

Continuando nel descrivere le mie bevute, il mio rammarico l’ho espressamente sperimentato al Ballarat Beer Festival. Delle diverse birre degustate, circa il 60% percento presentava evidenti off flavours riconducibili perlopiù ad una procedura scorretta di produzione o/e cattiva gestione del lievito in fase di fermentazione. Riguardando gli appunti di bevute, la qualità era davvero altalenante e ho potuto toccare con mano il preoccupante stato delle birre presenti. Solo in rari casi (2 o 3 esempi) ho bevuto qualcosa di decente, ma si parla di una piccola percentuale in proporzione alle numerose birre che erano presenti al festival. Non vi nascondo che non mi sarei mai aspettato un cosi ampio divario di qualità tra i vari produttori.

Ho avuto modo, infine, di prendere parte a una cotta di un birrificio locale vicino Melbourne. Appena entrato nel birrificio la prima cosa che ho notato è stato lo stato di disordine degli ambienti, compresa la sala cottura. Le produzioni della casa, purtroppo, rispecchiavano l’ambiente di produzione e, senza scendere in tecnicismi, nessuna delle birre assaggiate era in linea con quanto raccontato dal birraio, sia in termini di pulizia che di corrispondenza allo stile dichiarato.

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Australian craft beer: quale direzione?

In definitiva, però, l’entusiasmo generale è evidente e credo si possa già percepire un forte segnale di crescita per gli anni a venire. Purtroppo l’impressione avuta è che la strada sia nettamente in salita, soprattutto per quanto riguarda la preparazione tecnica dei birrai. Forse la birra artigianale australiana sta vivendo quel periodo di transizione che ha vissuto la birra artigianale italiana agli albori della “rivoluzione” nostrana.

La craft beer revolution australiana, però, è supportata da valide associazioni di categoria che potranno contribuire ad alzare il livello culturale. Volendo usare un termine di paragone (e con un po’ di critica) col movimento artigianale nostrano, è proprio questo che è mancato in Italia. Un’associazione di categoria forte che rappresenti tutta la birra artigianale, che sia a supporto reale di tutti, appassionati e non.

Tirando le somme è stato comunque bello relazionarsi e confrontarsi con un mondo nuovo, dal modo differente di concepire la birra. Nonostante la qualità media delle birre presenti non sia elevata è stato ugualmente interessante il poter condividere la mia stessa passione con altri appassionati, homebrewers e birrai. La stessa passione, poi, che unisce tutti, che sia un semplice appassionato o “addetto ai lavori”.

L'autore: Antonio Nicoletti

Antonio Nicoletti

Cilentano di nascita ma toscano di adozione. Laurea in economia aziendale e management e grande passione per la birra. Homebrewer, degustatore professionista presso l’Associazione Degustatori di Birra e
docente di analisi sensoriale. Si è convertito alla birra di qualità dopo un viaggio tra le Real Ales inglesi, ma coltiva un amore incondizionato verso il mondo delle fermentazioni spontanee.

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Un commento

  1. Ciao Antonio, complimenti per gli articoli scritti, per il quadro e la visione che hai notato del movimento craft in Australia, e devo ammettere che mi ritrovo in quanto dici.
    Vivo ad Adelaide da quasi 3 anni e qui nel South Australia e la mia sensazine è che siamo proprio agli inizi in un interesse verso le birre artigianli. Predominio assoluto di Pale Ale, con poca conoscenza, distinzione e produzione verso altri stili brassicoli, con ancora un forte attacamento alle produzioni industriali, per lo piu locali come Coopers e West End. (Coopers può essere scusata)
    La mia è sola un’analisi da amatore di birre artigianli, piccolo homebrewer e lavoro da tempo nella ristorazione, ma è anche una pssione che di anno in anno aumenta.
    Ho avuto la possibilità di assaggiare diverse birre da diversi birrifici ,non prettamente del South Australia, alcune per diverse volte, ma quelle che mi hanno lasciato colpito sono Bridge Road Brewers Beechworth, Feral Brewing, Pikes Brewery, rispettivamente con Pale Ale il primo, Hop Hog IPA il secondo e Pilsener l’ultimo. Qualcosa di interessante anche da Bierhaus Brewery.
    Una cosa che mi ha lasciato colpito di quanto hai scritto riguarda la tua visita nei birrifici e la preparazione tecnica dei birrai non proprio in linea con gli standard che in Europa siamo abituati…..beh guarda questo l’ho notato anche nel mio lavoro, poca preparazione, poca cura e soprattutto poca passione nel quello che si fa, tutto molto approssimativo, con questo non voglio dire che gli Australiani siano tutti così, ma noi abbiamo più dedizione e pazienza per ottenere un prodotto di livello.

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