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Oggi più che mai: viva il beer hunting

MichaelJacksonBeerHunter

Oggi, settanta anni fa, nasceva Michael Jackson, sicuramente la più importante figura di tutti i tempi in termini di divulgazione della cultura birraria. Un evangelizzatore come pochi, capace di appassionare migliaia di curiosi e di imprimere all’intero movimento della birra artigianale quell’impulso che oggi ben conosciamo. Lui è stato The Beer Hunter, il cacciatore di birre: il suo interesse per la birra e per tutto ciò che le gira intorno lo ha spinto nella sua lunga carriera a scoprire le abitudini birrarie di diverse nazioni. Non solo paesi con lunga tradizione brassicola alle spalle, ma anche realtà insospettabili come Argentina, Cina, Messico, Sri Lanka e anche Italia – i primi articoli sul nostro movimento risalgono a prima degli anni 2000! Sebbene io non abbia mai avuto il piacere di conoscerlo personalmente e abbia letto poche opere di Jackson, il post di oggi è dedicato a lui e alla sua filosofia di vivere la birra.

Come detto, l’attività di beer hunting era per lui essenziale. A suoi tempi era quasi sicuramente indispensabile per allargare i propri orizzonti birrari: la birra artigianale non era un fenomeno mondiale ed era praticamente impossibile trovare beershop con un’offerta internazionale. Oggi la situazione è ben diversa e potrebbe “impigrire” gli appassionati, abituati a trovare una vasta selezione da tutto il mondo in ogni negozio specializzato. Eppure non bisognerebbe mai dimenticare l’importanza del beer hunting per due motivi: innanzitutto un beershop o un pub, per quanto fornito, non può che offrire una visione parziale della ricchezza brassicola dell’umanità; in secondo luogo per conoscere la birra, la sua essenza e le sue implicazioni socio-culturali, essa deve essere necessariamente bevuta e scoperta sul posto.

E anche viaggiando, oggi probabilmente fare beer hunting ha una valenza ben diversa dal passato. Grazie a Internet possiamo attingere a una marea di informazioni, soprattutto per quanto riguarda le mete birrarie più famose. E’ quindi praticamente impossibile partire senza conoscenze, lasciandosi guidare semplicemente dal proprio fiuto nell’esplorazione di una nuova realtà birraria. Si è un po’ persa quella vena di avventura che è insita nel concetto stesso di beer hunting, a favore della costruzione di itinerari ottimizzati. E per certi versi meglio così: vorrei vedervi a raggiungere un paese straniero e mancare gli obiettivi di birra più importanti solo perché sconosciuti.

Personalmente ringrazio Internet e la condivisione delle informazioni se fino a oggi, in tutti i miei viaggi all’estero, sono potuto andare sul sicuro. Però bisogna ammettere che quando si abbandonano i consigli degli appassionati per lasciarsi guidare dal proprio fiuto, si vive un’esperienza molto più elettrizzante. Esperienza che la maggior parte delle volte terminerà con una mezza sòla (per dirla alla romana), ma che lascerà comunque la sensazione di aver fatto la cosa giusta: affidarsi per una volta alle proprie sensazioni è quantomai corretto. Se poi, in barba ai pronostici, la deviazione dalla strada disegnata da altri si rileverà vincente, allora avrete raggiunto il nirvana birrario 🙂 .

Insomma, la birra dovrebbe essere scoperta, indipendentemente da dove vi porterà il viaggio. La scorsa estate sono stato nei Paesi Baltici e, complici le poche informazioni birrarie al riguardo, ho vissuto un’esperienza molto vicina a un beer hunting autentico. In particolare ho scoperto la straordinaria tradizione delle Kaimiškas, birre “rustiche” delle fattorie lituane, realizzate con ingredienti locali. Prodotti che non potranno mai aspirare ad entrare nell’olimpo birrario mondiale – anzi alcuni facevano veramente schifo – ma che mi hanno permesso di scoprire una cultura brassicola regionale che ignoravo completamente. Ed effettuare tale scoperta senza una guida (o quasi) è stato di eccezionale importanza.

Oggi più che mai il mio consiglio è di viaggiare per la birra, puntando ai paesi che hanno fatto la storia di questa bevanda, ma anche a realtà meno conosciute. E anche quando la vostra meta non sarà necessariamente collegata alla birra, siate curiosi perché non è detto che non vi ritroviate immersi in una realtà nuova ed eccitante. Non analizzate solo quello che c’è nel bicchiere, ma cercate di capire come la bevanda abbia ripercussioni sulla vita di ogni giorno. Ecco ad esempio cosa scrisse Michael Jackson delle Weizen bavaresi:

Nel sud della Germania le birre di frumento più diffuse sono di gran lunga quelle opalescenti (le classiche Hefeweizen, che si contrappongono alle limpide Kristallweizen ndr) e questo aspetto potrebbe essere un ulteriore motivo del loro rinnovato successo. Ritengo che l’opalescenza, lungi dal rendere queste birre poco attraenti (o poco sofisticate e rustiche), le renda simili al pane integrale. Sono la risposta del mondo della birra ai cibi naturali.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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6 Commenti

  1. Che sete mi ha fatto venire l’estratto sulle weizen.
    Sicuramente nell’ambiente MJ viene venerato per aver praticamente creato il movimento birraio per come lo conosciamo oggi, ma consiglio (capitan ovvio in azione) di non tralasciare l’apporto che MJ ha datoriguardo la cultura dei single malt.

  2. Parole sante, Andrea.
    Resterò sempre dell’opinione che il vero beer hunting debba essere il motore principale della passione birraria, su tutti i livelli. E ben vengano sia i viaggi pianificati sia quelli all’avventura.
    Cheers!

  3. Ok, mi hai convinto! Basta leggere sti blog e sti libri birrari per avere la pappa pronta quando c si sposta: Chiudo tutto e mi dò al puro hunting!!

    ..Non è vero 🙂

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