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La birra scade? Tutto ciò che c’è da sapere sulla scadenza della birra

“La birra scade?”. È questa una domanda che spesso molti si pongono, anche dopo anni di bevute costanti. In effetti quella della scadenza della birra è una questione spinosa sotto diversi aspetti, che non di rado viene fraintesa per la solita mancanza di chiarezza che pervade la burocrazia italiana. Se intendiamo la scadenza nella sua concezione più estrema – cioè come una data oltre la quale l’alimento diventa dannoso per il nostro organismo – allora possiamo affermare che la birra non scade. Ma basta dare un’occhiata all’etichetta di una bottiglia o di una lattina, per accorgerci che in bella vista c’è una scadenza associata al consumo. Come si conciliano questi due elementi? E cosa bisogna aspettarsi (e pretendere) come consumatori? Cerchiamo di andare con ordine.

La birra non ha una data di scadenza

Tecnicamente quella riportata sulle etichette di birra non è una data di scadenza, ma un “termine minimo di conservazione”. Tra le due definizioni c’è una bella differenza e sono entrambe disciplinate dalla legge italiana. La data di scadenza è il giorno, il mese e l’anno entro cui il prodotto deve essere consumato affinché il deterioramento dello stesso non abbia conseguenza sulla salute. Per questa ragione la data di scadenza è associata solo ad alimenti estremamente deperibili, che non possono essere immessi o mantenuti in commercio se scaduti. Il termine minimo di conservazione (TMC) consiste nella data fino alla quale, in determinate condizioni di conservazione, il prodotto conserverà le sue proprietà organolettiche. In altre parole è il periodo entro il quale il produttore garantisce che la qualità dell’alimento non sarà cambiata e lo stesso risulterà “in forma”. Il TMC è espresso con le formule “da consumarsi preferibilmente entro il” o “entro fine”.

È chiaro dunque che il superamento delle due date presuppone effetti diversi. Nel caso della data di scadenza le conseguenze sono direttamente associate alla salute; nel caso del TMC invece si rimane nei limiti meramente qualitativi del prodotto. Un alimento che avrà superato il TMC non sarà dannoso, ma semplicemente “meno buono” rispetto a prima, dunque tranquillamente consumabile anche se “scaduto”. E questa considerazione vale anche per la birra, che per l’appunto riporta un termine minimo di consumazione e non una data di scadenza.

Si può vendere birra oltre il TMC?

Appurato che una birra “scaduta” non fa male, è giusto chiedersi se un prodotto può rimanere in vendita anche dopo il superamento del TMC. Come riportato da Altalex, la direttiva europea di riferimento non si è espressa in merito, favorendo il moltiplicarsi dei dubbi. In aggiunta la giurisprudenza italiana ha lasciato emergere nel tempo impostazioni contradditorie. Inizialmente la messa in vendita di un prodotto oltre il suo TMC era interpretata addirittura come reato, orientamento che è stato superato in tempi recenti. L’interpretazione attuale sembra suggerire che non sia vietato vendere prodotti dopo la scadenza del loro TMC, a differenza con quanto avviene con la data di scadenza. Tuttavia servirebbe un intervento specifico del legislatore nazionale per regolamentare una volta per tutte la commercializzazione di prodotti che hanno superato il termine minimo di conservazione.

Cosa aspettarsi da birre scadute o vicine al proprio TMC?

Quando una birra si avvicina al proprio TMC o lo ha superato, presumibilmente non è più una birra al massimo della sua forma. Questa considerazione può avere significati diversi in base allo stile brassicolo che abbiamo di fronte: birre delicate o molto luppolate tendono a essere drasticamente penalizzate dal passaggio del tempo, altre tipologie invece resistono magnificamente ben oltre il proprio TMC. Se poi consideriamo che esistono produzioni che ben si prestano all’invecchiamento in cantina, anche per diversi anni, allora è facile comprendere come la variabilità degli effetti del tempo siano davvero molto ampi. C’è poi da tenere in considerazione che la data del TMC è decisa dal produttore, che in base alla tipologia che ha prodotto esporrà una “scadenza” più o meno vicina al momento del confezionamento. Chiaramente avrà tutto l’interesse a non spingere il termine oltre i limiti della ragionevolezza per non penalizzare l’esperienza gustativa dei suoi clienti.

Quando si acquista birra ci si aspetta di ricevere un prodotto che sia al massimo della sua forma e che possa rimanere in quello stato per un po’, fino al suo consumo. Benché sia dunque lecito per un birrificio (o un pub o un beershop) vendere una birra vicina alla sua data di TMC – se non addirittura oltre, secondo alcune interpretazioni giuridiche – è in genere una pratica sconsigliabile, soprattutto per alcuni stili. Il consumatore infatti potrebbe storcere il naso di fronte a un prodotto la cui qualità è garantita per un periodo molto ridotto; più sensato sarebbe segnalare la prossimità al TMC e magari prevedere una scontistica ad hoc per birre vicine alla scadenza.

Conclusioni

Ricapitolando, la birra non scade, almeno non nel senso che molti pensano. È possibile bere una birra oltre il suo TMC senza alcun pericolo per la salute, perché il suo impatto è solo a livello qualitativo. È giusto che per alcune tipologie brassicole il consumatore pretenda birre confezionate da poco o comunque lontane dal loro TMC, tuttavia il mito della “freschezza” ha negli ultimi anni raggiunto livelli aberranti e considerato dogma assoluto in ogni situazione. Come detto, infatti, esistono tipologie che si mantengono in tutto il loro splendore anche dopo mesi e che infatti hanno solitamente un TMC molto più lontano nel tempo. Per concludere una nota di colore, ma che dice molto sulle differenze tra i due mondi: per il vino non esiste né data di scadenza, né termine minimo di conservazione.

L'autore: Andrea Turco

Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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Un commento

  1. Come al solito la legislazione italiana è quella che è, andrebbe aggiornata e calata nella realtà, tuttavia trovo che i birrifici farebbero bene ad indicare anche la data di confezionamento in modo che il consumatore sappia se il prodotto è stato fatto di recente o meno e possa così capire l’età di ciò che beve è trarre le dovute conclusioni

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