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Breaking News: Birra del Borgo ceduta a AB Inbev

Non è uno scherzo, né un pesce d’aprile in ritardo. La verità è che Birra del Borgo è stata appena acquistata dal colosso mondiale AB Inbev. È una notizia sconvolgente per il mondo della birra artigianale nazionale e il primo caso italiano del fenomeno delle acquisizioni che sta effettuando l’industria nel segmento craft. È uno spartiacque storico per il nostro movimento, una data che ricorderemo per sempre. A ore dovrebbe uscire un comunicato ufficiale, nel frattempo vi terrò aggiornati sulla vicenda. Per il momento posso dirvi che la quota acquistata da AB Inbev è pari al 100%, ma che l’organigramma societario non cambierà, con il fondatore Leonardo Di Vincenzo che ricoprirà il ruolo di amministratore delegato con un largo margine decisionale. A seguire altri dettagli, restate sintonizzati.

Aggiornamento delle ore 18:04

Pubblicato un comunicato stampa ufficiale da parte di Birra del Borgo sulla vicenda. Ecco il contenuto:

ROMA, 22 aprile 2016 – Birra del Borgo è lieta di annunciare la partnership con Anheuser – Busch InBev (AB InBev). La collaborazione darà a Birra del Borgo, uno dei più grandi produttori di birra artigianale in Italia, un’occasione unica per avviare gli investimenti necessari a favorirne lo sviluppo pur continuando a gestire autonomamente la propria attività e a definire le linee di crescita del brand.

AB InBev fornirà il supporto necessario per consentire a Birra del Borgo di ampliare il suo know how e le infrastrutture, di continuare a innovare e creare nuove produzioni. Il fondatore, Leonardo Di Vincenzo continuerà a guidare Birra del Borgo come Amministratore Delegato della società.

Birra del Borgo è stata fondata nel 2005 da Leonardo Di Vincenzo a Borgorose, un piccolo paese in provincia di Rieti, al confine tra Lazio e Abruzzo, in Italia. Leonardo ha iniziato a produrre birra in casa per puro divertimento quando studiava biochimica all’università. Ha viaggiato spesso in tutta Europa per esplorare gli stili di birra tradizionali; conoscere i mastri birrai tedeschi e belgi è stato fondamentale per la sua formazione. Una delle esperienze più formative per Leonardo è stata quella di produrre birra per Starbess a Roma, esperienza che poi lo ha portato a concepire l’idea di Birra del Borgo. L’ispirazione iniziale di Leonardo arriva dalle birre inglesi e belghe che ha poi reinventato per farle radicare all’interno della cultura gastronomica italiana.
Leonardo attualmente produce dieci tipologie di birre artigianali per tutto l’anno, alcune molto famose come ReAle, Duchessa, DucAle. Gli altri prodotti di Birra del Borgo comprendono 4 birre stagionali ispirate da ingredienti locali e diverse birre uniche prodotte con tecniche originali, appartenenti alla famiglia “Bizzarre”. L’ispirazione di Leo è dettata dal momento e dalla stagionalità dell’ingrediente principale utilizzato nella produzione, il tutto caratterizzato da una forte passione per reinventare gli stili e superare i limiti.

Leonardo rimarrà Amministratore Delegato di Birra Del Borgo.
Leonardo Di Vincenzo ha dichiarato: “Il nostro viaggio da quando abbiamo iniziato nel 2005 è stato una grande avventura. Oggi il settore della birra è diventato molto competitivo ed è necessario per noi fare un ulteriore passo in avanti per continuare a sviluppare prodotti con profumi e gusti dal carattere distintivo. La collaborazione con AB InBev rappresenta per noi una grande opportunità. L’opportunità di poter disporre di risorse di varia natura, dal miglioramento tecnologico alla possibilità di sfruttare un’infinità di ricerche scientifiche sull’argomento, alla possibilità di crescere dal punto di vista commerciale. L’opportunità di crescere in modo sostenibile, rimanendo fedeli alla nostra identità e alla filosofia che abbiamo sempre seguito. Questa partnership ci permetterà inoltre di concentrare le nostre energie su quello che più ci piace fare e che sappiamo fare meglio: creare, sperimentare e spingerci oltre i confini della birra”.

Di Vincenzo ha anche aggiunto: “Continueremo a produrre le nostre birre a Borgorose, continuando a investire localmente. Oggi Birra del Borgo è un gruppo, un gruppo fatto di persone che credono ciecamente nel proprio lavoro e nel fatto che la birra possa avere un valore e una cultura molto forti. Le stesse persone oggi guideranno questo secondo corso, avranno lo stesso cuore, la stessa determinazione e gli stessi obiettivi, ma con una serenità maggiore e con più ampie possibilità per continuare ancora a Re (Thinking) Ale con tutte le nostre forze”.

Simon Wuestenberg, Country Director di AB InBev Italia, ha commentato: “Siamo stati molto colpiti da quello che Leonardo e il suo team hanno costruito a partire dal 2005. Loro sono stati in prima linea nel ridefinire il concetto di birra in Italia, portando un mix unico di ispirazione, innovazione, qualità e coerenza. La visione di Leonardo sulla birra e la sua passione saranno una grande ispirazione per tutta la nostra squadra e siamo tutti molto entusiasti di collaborare e crescere insieme. Come player in crescita sul mercato italiano, abbiamo sviluppato con successo il nostro business con un grande portfolio di brand premium e speciali negli ultimi anni. Oggi il nostro portfolio diventa ancora più forte grazie ad alcuni dei migliori brand Made in Italy”.

Attraverso questa operazione, Birra del Borgo diventerà una società sussidiaria interamente di proprietà di AB InBev.

I termini dell’accordo non sono stati resi noti.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco

Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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14 Commenti

  1. Che tristezza.
    Sarebbe curioso sapere come si compone il CDA,dato che è quello che poi ha potere di far fuori AD o altri.
    A meno di altri dettagli.
    Comunque si sono persi lo spirito craft.

  2. Piccoli mercanti di passaggio. Noi non ci arrenderemo mai!

  3. La notizia è spiazzante, e personalmente mi lascia molta inquietudine, perché abbatte quell’illusione in cui ci cullavamo dell’Italia come oasi felice ancora lontana dall’essere toccata (nel settore dei microbirrifici, naturalmente) dall’interesse delle grosse multinazionali.
    Tuttavia diventa una situazione interessante per testare da vicino, con un produttore nostrano (finché si parla di America è un conto, quando si parla di un birrificio che dista magari un’ora di macchina, come per me, è un altro…), secondo quali modalità questi passaggi di proprietà influiscono sulla produzione di un birrificio che fino a 24 ore fa era unanimemente considerato una delle punte di diamante del panorama artigianale italiano. L’idea che molti hanno di queste acquisizioni da parte di multinazionali – e cioè che adesso Ab-Inbev, popolata di finanzieri ottusi e grassocci, costringa BdB a sostituire il malto con mais e succedanei e a dimezzare i tempi di maturazione per sfornare più birra possibile – è infantile e irrilevante.

    Pur essendo profondamente dispiaciuto di questa faccenda, non sono uno di quegli esaltati che PER PARTITO PRESO (intendo cioé senza giudicare/saper giudicare la cosa più importante, e cioé il liquido che ti trovi nel bicchiere), e ce ne saranno tanti dirà: “Cos’è questa, una ReAle? No vabbé è industriale, è come Peroni, meglio questa Tomato-Ipa biologica del Birrificio Cazzuriello Al Balzo, che almeno è artigianale!”

  4. Non capisco proprio….. vendono birra in molti paesi, sono involti nei mercati eataly, hanno una bellissima pizzeria a roma piu un ottimo locale assieme a baladin, pure nomad, progetto in australia, e comunque non basta? un peccato…..

  5. craft o industriale e’ una classificazione fine a se stessa. cio’ che conta e’ se la birra e’ buona o meno. Ieri sera a Frisinga ho provato la Keller di Weihenstephan (la 1516) ed era eccellente (come la Dunkelweizen e la Weiss). Nulla a che vedere con le cose discutibili che ho bevuto da Geisinger tanto per dire (a conti fatti hanno perso pure il confronto con la Edelhelles di Hacker-Pschorr servita a caduta al Virtualikenmarkt) Detto questo quelli di AB non sono fessi e credo lasceranno i processi inalterati: mica si manda a schifio una azienda che hai rilevato spendendoci soldi…

  6. Interessante seguire l’evolversi di questa faccenda e le relative ricadute. Intravedo già l’orda di puristi che daranno del venduto a Leonardo. Ma in realtà sarebbe il caso di fare delle riflessioni un po’ più profonde.

    Il primo aspetto riguarda la qualità della propria vita personale. Siamo di fronte alla tipica “proposta indecente”, per usare una mediocre ma efficace citazione cinematografica. Quelli che “nei suoi panni non lo avrei fatto” mi fanno abbastanza ridere. Il minimo sindacale per onestà sarebbe dire che nei suoi panni non potete immedesimarvi e non sapete cosa avreste fatto. Una vita massacrante 24h su 24h per otto anni, crescita esponenziale delle vendite, utili tutti destinati all’investimento in attrezzature che cominciano ad avere un valore apprezzabile ma.. zero tempo da vivere e poco grano in tasca. E questo è un fatto che chiunque è del settore potrà confermarvi. Lo so, i “big ten” delle craft italiane non fanno fatica ad arrivare a fine mese, diciamo anche che guadagnano bene, ma le loro la rendite sono RELATIVAMENTE MOLTO basse. In un qualunque qualunque altro settore produttivo stimeremmo ben altri ricavi per il titolare di una “fabricchétta” (direbbero a milano), con analoghi valori patrimoniali, numeri di impiegati, fatturati, valori di crescita, vivacità… Parlo di zeri in più. E se ad un certo punto arriva un’offerta del tipo “ti compro tutto quello che hai costruito per una paccata di soldi, ti do un lavoro da AD con lauto stipendio, vita da lavoratore dipendente (dirigente ok, buona dose di preoccupazioni e responsabilità ma un’altro mondo), ti metto nelle condizioni di dedicarti davvero a quello che sai fare e ti do gli strumenti per farlo,..”… be facciamo che solo quando avrete avuto abbastanza successo da ricevere un offerta del genre e poi il fegato di rifiutarla, ALLORA, sarete credibili nel dare del venduto a Leo. Un famoso birraio di Desio l’anno scorso mi ha confessato che stava partendo per le sue prime ferie dal 2009.

    Ma a parte le scelte di vita, venendo al merito, mi chiedo: ma quando cazzo è che cominceremo a valutare le birre che abbiamo nel bicchiere? Le beer firm sono deplorevoli perché non possiedono l’impianto, quelli grandi non vanno bene perché non sono più craft, quelli che si vendono non vanno bene perché non sono liberi. in compenso invece vanno benissimo quelle masse di birrai incompetenti, completamente ignoranti di qualunque nozione tecnico scientifica legata alla birra, in balia di qualunque variabile che non sanno controllare (e non ve la cavate ascrivendo tutto al “bello dell’artigianale, prodotto vivo e in evoluzione”, ci sono grossi distinguo da fare), gente che con quattro nozioni da homebrewer pasticcia su pentoloni giganti con tutto il corredo artigianale/bucolico che ci eccita tanto… quelli sono da riempire di lodi a prescindere.. mah..

    Certo, l’indipendenza è una bella cosa e Ab inbev è una brutta bestia. Però c’è anche un enorme problema di sottodimensionamento in questo settore. Io ho una stima infinita per quello che certi birrai italiani sono riusciti a costruire partendo dal niente, alcuni li seguo come una groupie da circa quindici anni, tanto di cappello. Però tutti loro vi possono confermare che avrebbero bisogno di ben altre strutture e tecnologie per perseguire il loro massimo ideale di qualità. Si per perseguire la massima qualità, non per fare un operazione di conversione in qualcosa di più commerciale e redditizio. Perché un birrificio non è un panettiere o una gelateria, il dimensionamento ideale è ben altro e in italia sono tutti troppo piccoli, bisogna metterselo in testa. E’ stato e continua ad essere molto bello e romantico seguire l’audacia con cui i pico-birrai pico-eroi italiani si fanno strada come delle formichine immortali. Però, ora che alcuni cominciano ad avere delle strutture QUASI adeguate, chi crescendo, chi con manovre finanziarie, la cosa peggiore che si possa fare per il bene della birra artigianale italiana è screditarli e delegittimarli a prescindere dal prodotto.

    Ab inBev costringerà ad un appiattimento del prodotto per adeguarlo al mercato di massa? Non lo so, aspettiamo e vediamo.

    • Andrea Turco

      Considerazioni sacrosante le tue, che denotano una grande passione che va avanti da tanti anni. In gran parte le condivido, ma penso anche che quando uno abbraccia questo mondo e lo coltiva per tanto tempo, compie anche una scelta “etica”, senza nulla togliere al giudizio di quello che c’è nel bicchiere

    • Guarda biffero…complimenti! In tutto il calderone delle polemiche e dei post a caso e senza cognizione di causa il tuo è il primo che leggo che fa un’analisi lucida e obbiettiva della questione! Condivido appieno il ragionamento e l’analisi da te fatta. Secondo il mio modesto e personale punto di vista non bisogna vedere tutta la vicenda di colore nero; in un mercato nazionale che vede la birra artigianale occupare il 2-3% dello stesso e a sua volta molto frammentato, un’azienda che riesca a trainare il settore può essere una cosa positiva. Poniamo il caso che Leonardo mantenga lo spirito e la fantasia e potere decisionale, le birre restino quel che sono come qualità organolettica (quindi piuttosto elevata) ma che la distribuzione diventi più capillare e grazie alle economie di scala e di scopo di AB possa incontrare un pubblico più vasto, non andrebbe a beneficio di tutti i produttori bravi di birra artigianale?
      Mi spiego, se l’asticella che misura la percezione qualitativa del consumatore medio (ovvero il restante 97% del mercato) si alzasse grazie alla maggiore fruibilità di birre come quelle di BdB, non andrebbe a vantaggio di tutti quelli che producono birra artigianale e che propongono prodotti altrettanto eccellenti? il valore aggiunto dato dalla famosa (e altrettanto discussa) parola “artigianale” avrebbe così modo di consolidarsi.
      Il rovescio della medaglia si ha in una scrematura più accelerata del mercato, cosa che a mio avviso non farebbe poi così tanto male.
      ci fossero più persone che la pensano obbiettivamente come te e che avessero le competenze tecniche da te citate, in vent’anni di movimento non si sarebbe conquistato solo il 2% del mercato ma qualcosa di più.
      detto ciò ti saluto

      Cheers

  7. Purtroppo conosciamo bene il modo di operare di questi grandi gruppi, prima garantiscono la piena autonomia alle società acquisite, poi entro breve tempo ne acquistano il pieno controllo imponendo le loro politiche di multinazionali, anche perché se così non fosse che motivo avrebbero per fare certe operazioni? Il tempo ci dirà la verità

  8. E’ la globalizzazione, baby…
    Mi piacerebbe sapere nel dettaglio (ma sarà impossibile, lo so) come sia stata articolata l’operazione societaria, così per deformazione professionale.
    Penso che la parte recitante le risorse, miglioramento tecnologico, ricerche scientifiche siano le solite sciocchezze che si scrivono in occasione di queste operazioni. Modalità e prezzo sono le cose che contano veramente, ma non sono affar nostro.
    Prossimamente Baladin e Birrificio Italiano: questione di tempo e prezzo. La “struttura” c’è già.
    Se l’operazione sarà negativa per i consumatori, lo scopriremo abbastanza presto. Temo.

  9. Sarei curioso di sapere se prima di lui Baladin e Birrificio Italiano, per esempio, hanno rifiutato l’offerta di AB-InBev…
    Comunque, non mi sono abbonato a Mediaset dopo che SKY ha perso la Champion, figurati se vado a dare soldi al Berlusca….così non comprerò più Birra del Borgo. Non sopporto l’idea di foraggiare un’industria che non ha niente a che vedere con il Craft. Saluti

  10. ….ragazzi siamo sempre il paese dei …tengo famiglia.. e comunque la guerra è appena iniziata

    Aux armes, citoyens!

    rispetto a tutti i birrifici e birrai che stringono i denti e vanno avanti comunque …..

  11. Che grandissima delusione, vendersi così per quattro soldi! E poi pure le interviste con i distinguo: prima fai dell’artigianale la tua bandiera, e poi a dire in giro: “…nella produzione della birra è davvero complicato distinguere cosa è industriale e cosa artigianale…”….complimenti per la coerenza!

  12. Quello che dice Biffero è da sottoscrivere in toto.

    Fare il birraio e fare l’imprenditore sono due mestieri diversi, per le dimensioni che aveva raggiunto BdB o Di Vincenzo si scopriva manager o avrebbe rischiato di fare una brutta fine.
    Così può dedicarsi a fare quello che sa fare e lasciare il resto a chi di mestiere fa il manager.

    Io giudicherei le birre, alcune riuscite altre meno, piuttosto che la purezza. Dispiace la spaccatura che si vede esser nata fra BdB e Baladin, due dei migliori birrifici italiani in circolazione. Quando alla ragione si sostitiuscono il tifo e l’ideologia le cose possono solo andar male.

    E comunque la pretesa di artigianalità nella produzione della birra craft è *marketing*, sarebbe bene che se lo mettessero in testa tutti.
    Mi preoccuperei molto se vedessi “birrifici craft” che fanno birra come la faccio io a casa mia da homebrewer. La produzione di birra *deve* essere un processo ripetibile, affidabile, sottoposto a controllo qualità… altrimenti vendi me**a.
    Per fortuna, e lo sanno tutti quelli dell’ambiente anche se non lo dicono, non è così.

    Prima ci si mette in testa che craft deve essere sinonimo di birra di alta qualità, creatività, località, eccellenzo, piuttosto che di mera “artigianalità”, e meglio è.

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