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L’Italia a secco di medaglie alla World Beer Cup 2016

Photos © Brewers Association

Tra i vari concorsi internazionali la World Beer Cup è sicuramente uno dei più prestigiosi in assoluto. Non è un caso che si tenga ogni due anni e che la sede cambi di edizione in edizione, pur rimanendo sempre all’interno dei confini degli Stati Uniti. Molti considerano questo evento una sorta di Olimpiadi della birra e in effetti la competizione è altissima: basti pensare, ad esempio, che quest’anno hanno partecipato 6.596 birre a rappresentanza di 1.907 birrifici da tutto il mondo. Numeri impressionanti, che sono solo una piccola consolazione nei confronti della deludente prestazione dell’Italia a questa edizione 2016: i nostri produttori infatti se ne tornano a casa con un medagliere completamente vuoto, senza essere riusciti a piazzare neanche una birra nei podi delle 96 categorie previste.

Si tratta di un risultato in controtendenza rispetto alle ultime uscite. Nel 2014 l’Italia ottenne un argento e tre bronzi, nel 2012 un argento (più un bronzo “industriale”), nel 2010 un oro e un argento. Per trovare un’edizione senza riconoscimenti italiani occorre risalire al 2008, quando il panorama nazionale era ben diverso da quello di oggi. Insomma, il risultato della World Beer Cup può essere letto come un freno agli entusiasmi che si respirano nel nostro ambiente, ma anche come uno stimolo a cercare di migliorarsi e a evitare di sentirsi “arrivati”, specialmente in una nazione che ha un background brassicolo di appena 20 anni.

D’altra parte i risultati della competizione statunitense meritano più di qualche riflessione. Se è vero che vuole porsi come un concorso globale, allora non può non saltare all’occhio la nazionalità della stragrande maggioranza delle medaglie assegnate. Su 287 premi assegnati, infatti, ben 230 sono andati a produttori statunitensi, cioè circa l’80% del totale. Chiaramente molte delle categorie previste sono cucite sulle caratteristiche della cultura brassicola locale, tuttavia il dominio americano si avverte anche in stili tradizionalmente appartenenti ad altre realtà, come Germania o Belgio.

Il motivo del dominio è allora da ricercare nel numero di birrifici statunitensi partecipanti alla World Beer Cup, che non è neanche lontanamente paragonabile a quello di altre nazioni. Grazie ai dati forniti dall’organizzazione (qui in pdf) – torneremo su questo aspetto – sappiamo che i birrifici a stelle e strisce iscritti alla competizione sono stati 4.858: praticamente hanno giocato da soli, con Germania e Canada a inseguire (molto da lontano) rispettivamente con 265 e 259 produttori. Allora ha molto più senso analizzare la percentuale di vittoria di ogni nazione, altra statistica fornita dalla World Beer Cup. E qui scopriamo che gli Stati Uniti sono solo fuori dalla Top Ten con appena il 4,73%, preceduti da altre superpotenze brassicole come Regno Unito (5,34%), Germania (6,42%), Olanda (6,45%). Da sottolineare che in questa speciale classifica le prime posizioni sono tutte occupate da paesi orientali (Hong Kong, Taiwan, Vietnam, Corea del Sud, Giappone), a parte la Lituania che è riuscita nell’impresa di vincere una medaglia presentando solo quattro birre.

Queste statistiche (che però non tengono conto del “metallo” ottenuto) rendono l’assenza dell’Italia ancora più sanguinosa, perché verosimilmente sarebbero bastati pochi piazzamenti per schizzare nella graduatoria appena citata. Bisogna però ricordare che, percentuali a parte, anche le altre nazioni non hanno troppi motivi per sorridere. Parimenti la Repubblica Ceca e la Francia sono rimaste a secco di piazzamenti (ma con 16 e 17 birrifici partecipanti contro i 59 italiani), mentre quasi peggiore è la situazione del Belgio: delle 3 medaglie ottenute due sono arrivate da una categoria super specialistica (Lambic) e un’altra grazie all’industria (oro della Hoegaarden nelle Blanche).

Tirando le somme, secondo me al momento il problema principale della World Beer Cup è questa eccessiva americanizzazione, che non le permette di elevarsi a concorso di respiro realmente internazionale. Molto apprezzabile è la totale trasparenza di informazioni provenienti dall’organizzazione, al punto che sul sito web sono riportati i nomi di tutti i birrifici partecipanti, anche di quelli non andati a medaglia. Una mossa giusta nei confronti degli utenti, che dovrebbe essere seguita da tutti gli altri concorsi internazionali ma che mitiga solo in parte il problema evidenziato poco sopra.

Per concludere, anche quest’anno sono stati assegnati i premi generali, divisi tra birrifici e brewpub. Tra i primi sono stati premiati Arch Rock (Very small), Noble Ale Works (Small), Ommegang (Mid-size) e Miller (Large); tra i secondi 12 Degree (Small) e Beachwood (Large). Per quanto riguarda l’Italia, dopo la deludente prestazione di questo 2016 non resta che sperare in un ritorno ai fasti del passato, ma per avere un riscontro dovremo aspettare due anni. Appuntamento al 2018.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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4 Commenti

  1. Leggo di 6596 birre iscritte, con 253 giudici (suddivisi in non so quanti tavoli), una media di 69 birre per categoria con massimi che vanno da 169 a 275 per le tre categorie più numerose. A me paiono numeri esagerati: con così tante birre da valutare, diventa più difficile assegnare un giudizio che sia rappresentatvo del reciproco valore fra i prodotti assaggiati.
    Io non ho esperienze dirette in proposito, magari te Andrea puoi dirci se ti sembrano cifre normali e soprattutto “gestibili”…

    • Andrea Turco

      Sono numeri alti, ma nella distribuzione nelle categorie non così sconvolgenti. Immagino che gli organizzatori abbiano trovato la soluzione migliore per gestire il tutto, comunque alcuni giudici italiani dovrebbero essere rientrati proprio in questi giorni e potremo chiedere direttamente a loro

  2. Penso che la considerazione lecità in merito allo scarso piazzamento dei birrifici italiani vada anche di pari passo con la moda del tutto americana di chiamare “world champion” un pò tutte le loro competizioni. Da appassionato oltre che di birre anche di pallacanestro, non posso non menzionare ad esempio il titolo NBA che loro blasonano come il “world basketball champion”, ok il loro basket è forse il più forte al mondo, ma non per questo è lecito che si autodefiniscano i campioni del mondo. Solite manie di grandezza americane??

    • Andrea Turco

      Beh a onor del vero c’è anche il Mondial de la Bière che è franco-canadese, l’International Beer Star che è tedesco, i World Beer Awards che mi sembra siano inglesi. Insomma, tutto il mondo è paese ed è difficile trovare un concorso che rappresenti realmente le “Olimpiadi” della birra.

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