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Nuove birre da Crak, Lieviteria, Porta Bruciata, Turbacci, Kashmir e Q120

Ormai siamo abituati ad aprire le panoramiche sulle nuove birre italiane con delle collaborazioni, ma questa volta il concetto si spinge a livelli estremi. Merito del birrificio Crak (sito web), che durante il suo passato Woodscrak ha coinvolto i birrai venuti da oltre oceano per creare tre birre inedite, ognuna delle quali prevede il coinvolgimento di due produttori stranieri. Il tema comune è riconducibile a Indovina chi?, gioco simbolo degli anni ’80 e ’90, mentre i nomi seguono la moda della prolissità tanto in voga ultimamente (Evil Twin vi dice niente?). La prima creazione è la Do They Like Triple IPA and Did They Drink 3 of These? (3%) ed è una DDH Session IPA realizzata insieme a Other Half (sito web) e Bearded Iris (sito web); la seconda è la Do They Like Superkarra Listischer Hopfen? (5,2%) ed è una German Pils con luppoli nobili tedeschi anche in dry hopping, prodotta insieme a Sleeping Village (sito web) e Deciduous (pagina Facebook); la terza infine è la Do They Like New Zealand Hops (7%) ed è una DDH IPA monoluppolo (Nelson Sauvin) brassata insieme a Collective Arts (sito web) e Civil Society (sito web). Da ieri sono disponibili anche nella tap room, rigorosamente in lattina.

Si dimostra invece sempre fedele agli stili classici – se non addirittura antichi – il pugliese Lieviteria (sito web), che qualche giorno fa ha annunciato la sua inedita Vitesssse (4,2%). La tipologia di riferimento è quella delle Grisette, birre cadute un po’ in disuso ma che rappresentano una parte importante della cultura brassicola del Belgio. Il birraio Angelo Ruggiero ha seguito meticolosamente il modello di partenza, utilizzando malto Pils, frumento maltato e lievito Belgian Saison lasciato fermentare a temperature insolitamente alte. L’unica libertà creativa è relegata alla luppolatura, perché oltre al canonico Styrian Dana sono state impiegate due varietà “innovative”: il francese Barbe Rouge e il neozelandese Wakatu. È stata presentata ufficialmente nel corso del festival A Sud ed è disponibile esclusivamente in fusto.

Viriamo nuovamente sugli stili di genesi recentissima per presentare la Mikmaq (6,2%) del birrificio Porta Bruciata. Nonostante il produttore lombardo abbia conquistato le luci della ribalta con tipologie luppolate, fino a oggi non si era ancora confrontato con il lievito Vermont, diventato famoso grazie all’ascesa delle New England IPA. L’azienda però ci tiene a precisare che questa sua new entry non è una New England IPA, tanto che preferisce definirla “semplicemente” Vermont IPA. Scordatevi allora l’aspetto torbido associato a queste birre, nonché il corpo felpato: la Mikmaq può essere piuttosto considerata un’American IPA dal carattere incisivo (luppoli Mosaic e Simcoe), ma anche decisamente equilibrata e facilissima da bere. Non è una one shot, bensì entrerà nella gamma regolare di Porta Bruciata.

Una variazione di IPA ancora più recente è quella rappresentata dalle Brut IPA, che il birrificio Turbacci di Mentana (RM) ha reinterpretato in chiave “session” per inaugurare la sua nuova linea dedicata al luppolo Citra. Tutte le creazioni rientranti in questo gruppo si chiameranno Citrattiamobene e la prima incarnazione è disponibile solo da qualche giorno. Come accennato la Citrattiamobene N°1 (4,7%) è definita Session Brut IPA per sottolineare il contenuto alcolico decisamente inferiore ai canoni dello stile. In realtà il modello di partenza ha fornito solo una vaga ispirazione, perché l’aspetto non è totalmente cristallino; la secchezza però è quella tipica delle Brut IPA, così come l’intenso profilo aromatico in cui emergono note floreali (sambuco) e fruttate (agrumi, albicocca). Una variazione sul tema molto interessante e una delle birre di Turbacci più luppolate in assoluto.

Evidentemente stiamo assistendo a una seconda ondata di Brut IPA italiane, visto che anche l’ultima nata in casa Kashmir (birrificio della provincia di Isernia) rientra in questa classificazione. La Montecristo (7%) è brassata esattamente sul modello delle nuove birre della West Coast: attenuazione totale, aspetto cristallino, secchezza a livelli altissimi. Curiosamente la base fermentescibile presenta una percentuale di avena, riso e mais in aggiunta al malto d’orzo, mentre i luppoli utilizzati appartengono alle varietà Simcoe (in coni), Galaxy ed Enigma (le ultime due aggiunte in double dry hopping). Il lievito neutro impiegato incorpora i famosi enzimi che favoriscono il metabolismo degli zuccheri e permettono di raggiungere il tanto agognato residuo zero.

E concludiamo con la Canavera (4%), birra alla canapa lanciata recentemente dal giovane birrificio piemontese Quota 120 (sito web). Come potete immaginare, la ricetta prevede l’aggiunta di una piccola percentuale della pianta cugina del luppolo, che ovviamente offre un leggero contributo a livello aromatico. In particolare è stata usata la varietà Finola coltivata dall’azienda agricola Vivai Valdostani, sviluppata in Finlandia a metà degli anni ’90 e caratterizzata da bassi livelli di THC. Lo stile di riferimento è quello delle Golden Ale e non a caso la Canavera è stata prodotta per l’estate: aspettiamoci quindi una birra fresca, leggera e dissetante, nel quale ritrovare sfumature aromatiche provenienti dalla peculiare aromatizzazione.

L'autore: Andrea Turco

Andrea Turco
Fondatore e curatore di Cronache di Birra, è giudice in concorsi nazionali e internazionali, docente e consulente di settore. È tra i creatori del festival Fermentazioni e organizzatore della Settimana della Birra Artigianale. Nel tempo libero beve.

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Un commento

  1. Avatar

    Bell’articolo,
    non ti nascondo che io li ho sempre ammirati per questo tipo di marketing, perchè non basta essere provocatori per creare una linea comunicativa, bisogno essere coerenti e costanti con le azioni che si intraprendono, che molto spesso è la cosa più difficile da fare. Loro comunque hanno dimostrato che fare una buona birra o avere una bella grafica per vendere, non è l’unica cosa che conta, ma serve anche altro.
    Ma secondo te in Italia, oltre Baladin, ci sono esempi di birrifici che hanno saputo creare una comunicazione abbastanza forte?

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